Le estati sempre più torride influenzano la nostra percezione della stagione e delle sue narrazioni. Come possiamo raccontare l’estate, se non come la stagione più opprimente?
Nella scena finale della novella Morte a Venezia, scritta nel 1912 da Thomas Mann, il protagonista Gustav von Aschenbach, un cinquantenne scrittore borghese nobilitato per il suo successo artistico, muore su una sdraio del Lido in preda alle febbri derivanti da una non meglio identificata piaga virale che sta colpendo la città. Nel caldo afoso di una Venezia cupa e ingannevole, Aschenbach rifiuta di lasciare la sua vacanza e scappare verso posti più sicuri perché si innamora di un ragazzino del posto di nome Tadzio. Nell’arco di una novantina di pagine, Aschenbach insegue tormentato i suoi desideri mentre gli odori penetranti del disinfettante e dell’afa lagunare preannunciano la sua morte. Sdraiato sulla spiaggia in preda alla febbre, Aschenbach suda al punto che il trucco che indossa per sembrare più giovane comincia a colargli. È in quel momento che il protagonista vede Tadzio in controluce di fronte al tramonto lagunare sorridergli e indicargli l’Occidente, simbolo del tramonto e più in generale della morte. Tadzio, come Ermes nella mitologia greca, è lo psicopompo, colui che accompagna le anime dei defunti verso l’Ade. Thomas Mann crea un’immagine di puro decadimento, in cui sembra essere la faccia stessa del protagonista a sciogliersi come in un body horror di Cronenberg. Da lettore contemporaneo fatico a immaginare una scena più estiva di questa.
I millennial e i primissimi appartenenti alla Gen Z sono cresciuti, durante i primi anni Duemila, con narrazioni dell’estate che contenevano soltanto dosi di libertà, spensieratezza, amore. Nei film e nelle serie tv che guardavamo da bambini l’estate era rappresentata come un momento arioso in cui innamorarsi e vivere nuove avventure. Possibile che Troy Bolton non sudasse mentre faceva il suo picnic al sole nel Lava Springs Country Club? Possibile che a Joe Jonas non fosse intimato di non uscire nelle ore più calde durante Camp Rock? Le storie di quando eravamo ragazzi potevano permettersi di rimuovere la natura dalle vicende private di noi umani. Oggi ci sembra tutto così fuori luogo.
Non a caso una delle metafore che usiamo più spesso quando scriviamo è quella del fuoco: nelle canzoni, nei testi, nei titoli dei panel e dei podcast il mondo non fa altro che “bruciare”. Le temperature delle nostre storie aumentano sempre di più, perché aumentano le temperature del clima in modi che non possiamo più ignorare. Questa consapevolezza ha inevitabilmente contagiato la narrativa contemporanea, trasformando la stagione estiva da palcoscenico di amori adolescenziali a teatro di un’apocalisse strisciante. La letteratura ha registrato questo sfasamento, rendendo il clima un personaggio a tutti gli effetti, spesso il più spietato.
Penso alla scrittura di Francesco Pecoraro, che in Solo vera è l’estate, titolo che cita un verso del poeta Vittorio Sereni, racconta il viaggio di tre amici verso una festa nel litorale laziale mentre a Genova si svolgevano le manifestazioni contro il G8, tra il 20 e il 21 luglio del 2001. L’estate di Pecoraro è una stagione feroce, fatta di un caldo stagnante e oppressivo che prosciuga la linfa dei protagonisti e dell’ambiente stesso. L’afa che racconta Pecoraro è «catto-mediterranea», per usare un suo stesso aggettivo strepitoso, una descrizione che può essere estesa agli stessi protagonisti. Pecoraro è da sempre uno scrittore urbano, che racconta meglio di molti altri la città, luogo quanto mai mediocre nella considerazione comune, da cui tutti cercano di scappare durante l’estate. Alla mediocrità della vita urbana fanno da contraltare il mare e l’estate, che nel romanzo di Pecoraro diventano «una specie di sogno utopico, una vita alternativa che non si realizza mai e che consiste essenzialmente in Stare-Sulla-Riva-Per-Sempre».
È ancora Pecoraro che nel suo ultimo romanzo, La fine del mondo, immagina un mondo al collasso in un futuro prossimo, quando un generico “lui”, anziano e ormai esausto, si affaccia verso la fine della Storia e della sua vita personale. Anche in questo caso la stagione si fa personaggio, stavolta quasi secondario in relazione all’Apocalisse: «È bellissima da vedere. L’apocalisse, dico. In certe immagini astronomiche, ravvicinate e manipolate, il sole sembra un grosso, sferico, frutto arancione, qualcosa con una scorza spugnosa e una polpa buona e piena di succo. Invece».
Siamo tornati, in un certo senso, al Lido di Thomas Mann, ma su scala planetaria. Il trucco che colava sul volto di Gustav von Aschenbach, sciolto dalla febbre e dall’afa malsana, non è più solo il simbolo della decadenza di un singolo individuo o di una vecchia borghesia europea. Oggi, quel sudore è il nostro, ed è diventato una responsabilità collettiva. E mentre guardiamo il sole estivo, non vediamo più solo l’esplosione della vita, ma l’inquietante presagio di un mondo che ha iniziato a consumarsi. Le storie hanno già iniziato a farsi carico di questo cambiamento, ora tocca probabilmente alla società.
Fabio Ciancone
Crediti fotografici: Frame dal film Morte a Venezia di Luchino Visconti (1971)