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SEMPLICITÀ = COMPLESSITÀ. Intervista ai Palomar

Palomar è il disco d’esordio dell’omonima band italiana fondata da Francesco Panconesi, Marco Pasinetti, Iacopo Sichi e Davide Strangio. Conosciutisi a Siena – nel contesto, fertilissimo, della locale scuola di jazz –   i quattro musicisti hanno unito le forze per immaginare un suono che esprimesse le loro convergenze in fatto di gusti, sensibilità, ricerca, ma anche le loro specificità individuali. All’incrocio fra avant-jazz e post-rock, ascoltando Palomar (2026) si possono percepire anche gli echi del più recente rock britannico, in particolare di band come i Caroline.

Il disco, accolto con curiosità da pubblico e critica, arricchisce il catalogo già vario di Hora Records, un’etichetta fondata nel 2021 come spazio aperto e collaborativo per la musica creativa e d’avanguardia, che ha in scuderia nomi estremamente interessanti come Ghost Horse e Nic T. Il progetto sembra configurarsi come un incontro fra la musica e la grafica (con la copertina di Francesco Franz Longhi), la fotografia (con gli scatti di Claudia Fontana e Jacopo Perugini) e la poesia (l’inserto è di Carlo Fait). Alla produzione, poi, troviamo Marco Giudici, cantautore e polistrumentista fra i più apprezzati del momento (suo è il basso in CaraCaraCara).

In vista del loro prossimo live di sabato 27 giugno, nella splendida cornice del Bello Veramente Festival a Serravalle Pistoiese, abbiamo incontrato Davide Strangio, Iacopo Sichi e Marco Pasinetti (i ¾ dei Palomar) per una lunga conversazione sul disco e sul loro percorso.

 

Vi siete conosciuti nel contesto di Siena Jazz, un’istituzione – in Toscana e in Italia – che negli ultimi anni ha prodotto alcuni fra i musicisti più interessanti in circolazione. È un habitat che continuate a frequentare?

Sichi: In questo momento no. Il nostro progetto è nato da ciò che siamo ora, cioè improvvisatori. Fin da subito abbiamo voluto staccarci dal mondo del jazz, sia quello tradizionale sia quello contemporaneo. Le influenze inevitabilmente ci sono e si sentono, perché siamo stati tutti studenti di Siena Jazz. È una scuola che dà tantissimo a livello artistico e di competenze. Da lì si parte per esplorare mondi nuovi, come stiamo cercando di fare con Palomar. Questa è un po’ la cosa.

Pasinetti: Uno degli aspetti più positivi di Siena Jazz è che raduna persone da tutta Italia appassionate di ricerca e di musica. Non per forza entro i confini del jazz tradizionale, perché ormai jazz vuol dire tantissime cose. Anche se siamo fuori da quel tipo di contatto accademico, è una scuola che ci ha formati tutti. Abbiamo ancora contatti con molti musicisti che sono passati da lì. Quando siamo a Siena è sempre un po’ casa. Io vivo più distante degli altri e forse ho meno contatti, però suono in altre formazioni con musicisti provenienti da lì. È come se avessimo fatto tutti le elementari nello stesso posto, quindi inevitabilmente ci siamo affezionati.

Il vostro disco sembra collocarsi all’incrocio fra vari linguaggi, ma emergono riferimenti al post‑rock europeo (Sigur Rós), a quello statunitense (Tortoise) e al nuovo rock britannico (Caroline). Dall’Islanda al Midwest americano, passando per il Regno Unito: qual è la geografia sonora in cui vi riconoscete? Potete fare qualche nome?

Sichi: I gruppi che citi sono riferimenti palesi nella nostra musica. I Sigur Rós sono tra i nostri punti di riferimento, ma soprattutto i Caroline. Il loro primo disco fu per noi più che una fonte di ispirazione. Anche loro vengono dall’improvvisazione libera. Sono un gruppo di improvvisatori con radici francesi e inglesi e hanno voluto indagare un approccio più pop in senso lato, che è ciò che stiamo cercando di fare anche noi. Ci differenziamo però nel mood, che nel nostro caso è quasi opposto, pur con molte similitudini. Cerchiamo una musica che sia allo stesso tempo strutturata e piena di improvvisazione, di vita del momento. Infatti, il disco è registrato tutto in presa diretta, tranne un brano. Un riferimento importante per noi è anche Kim Myhr, soprattutto per il lavoro sulle texture sonore e sulla sovrapposizione di ambienti.

Pasinetti: Direi anche i GoGo Penguin.

 

Palomar, pur potendosi considerare un disco post-rock, intrattiene un rapporto evidente con la parola e con la lingua (lo mostra anche l’inserto poetico di Carlo Fait nel video di sguardo da bambino). La produzione di Marco Giudici, poi, richiama una certa sensibilità cantautorale italiana. Come vi ponete rispetto a questa tradizione?

Sichi: Siamo molto legati anche a quel mondo. Nel primo disco ci sono pochissime parole. La voce è usata più come strumento, come vocalizzo. Il disco è stato registrato due anni fa e già oggi il nostro sentimento verso l’uso delle parole per suscitare ulteriori immagini è cambiato. Lo abbiamo approfondito nello scritto del video, nel finale, sempre con Carlo Fait. L’inserto del vinile contiene una lunga poesia che accompagna l’ascolto del disco e dà il senso del concept dell’album. Stiamo già scrivendo musica nuova e sta emergendo sempre di più questa attrazione verso il cantato e il testo.

Strangio: Ognuno di noi ha le proprie perversioni cantautorali. Io, per esempio, ho Franco Battiato. Siamo profondamente legati a quel mondo ed è qualcosa a cui ambiamo, ma con i tempi giusti e con la lentezza necessaria per maturare questo processo. Stiamo già lavorando a musica accompagnata da testo, però non abbiamo la foga di diventare cantanti dall’oggi al domani, anche perché nessuno di noi canta. Uniamo le forze e pensiamo sempre a qualcosa di corale. Non abbandoniamo l’idea della musica strumentale, però ci stiamo muovendo anche verso la canzone.

 

Guardando il videoclip, con la creazione di un’installazione modulare che potrebbe essere un megafono, una piramide, una conchiglia abbandonata sul bagnasciuga, è difficile non pensare a Italo Calvino e al suo signor Palomar, che vede il mondo come libero gioco di forme, geometrie e percezioni. Qual è il vostro rapporto col celebre romanzo?

Pasinetti: Il riferimento a Calvino e a Palomar è esatto. Ci riferiamo proprio a quel libro. Ieri abbiamo fatto un concerto a Bergamo, durante il quale abbiamo interagito con il geo-poeta Davide Sapienza che leggeva Palomar mentre suonavamo. Il riferimento è davvero quello. Calvino dice che il nome viene da un osservatorio astronomico, ma per noi il riferimento principale è il libro e il suo contenuto. L’osservatorio è un’immagine che si presta alla nostra musica, però siamo soprattutto figli di quel libro. Lo amiamo tutti e il suo approccio descrittivo ha dato il via al nostro lavoro. Anche se non siamo un gruppo vocale in senso stretto, le parole sono importantissime per noi. Basti pensare alla scelta dei titoli dei brani. Abbiamo fatto decine di variazioni e ancora oggi chiamiamo i brani in modi diversi. Questo fa capire quanta cura ci sia dietro le parole.

E a livello di gusti letterari? Quali sono le vostre letture?

Pasinetti: Abbiamo gusti molto personali. Sul mio comodino ora c’è l’ultimo libro di Niccolò Ammaniti (Il custode n.d.r.).

Sichi: Io sto leggendo un libro sul cinema di Massimo Fagioli, psichiatra, regista e artista. Si intitola Melange.

Strangio: Io sto leggendo L’arte di correre di Haruki Murakami. Mi piace correre, anche se in questo periodo ho poca disciplina…

Tornando al disco, le nove tracce di cui si compone sembrano costruire una sorta di vademecum su come tornare a guardare al mondo con sana ingenuità. All’ascolto, si percepisce anche un certo sentore di “presa-diretta”. Ci raccontate qualcosa sulla registrazione del disco?

Pasinetti: Il disco l’abbiamo registrato da Marco Giudici nel suo studio durante le vacanze di Natale 2023/2024. Eravamo in studio anche l’ultimo dell’anno. Nella traccia Palomar c’è una breve registrazione ambientale dei botti di Capodanno, inserita come piccolo cameo. È figlia di quei giorni. Abbiamo interrotto il lavoro, siamo usciti e abbiamo registrato l’ambiente. Siamo arrivati in studio con i brani già piuttosto strutturati, direi al settanta per cento. Abbiamo registrato alla vecchia, tutti insieme, cercando la take buona. Poi c’è stata una fase di post-produzione molto lunga. Siamo tutti meticolosi e molto attenti ai timbri e ai dettagli. Abbiamo fatto moltissimi mix, cambiando timbri, strumenti e soluzioni. C’è poi quel brano di cui parlava Jacopo, nato come improvvisazione totale costruita in momenti successivi. Ognuno di noi suonava da solo in studio senza sentire cosa avessero fatto gli altri. Avevamo solo un’indicazione, La maggiore, un minuto e mezzo, e una persona che ci diceva quando tagliare. È uscito un brano che, ogni volta che lo ascolto, mi dà la pelle d’oca. Si chiama chi ricordo proprio perché ognuno di noi conserva il ricordo dei propri gesti, delle idee, dell’apporto che poteva dare, anche se poi tutto poteva essere stravolto.

Strangio: Quel brano è stato proprio un gioco, quasi fatto per scherzo. Ci siamo detti: facciamo questa registrazione dove non suoniamo insieme. Ci siamo dati come unica indicazione la tonalità e la durata. Entravamo in studio uno alla volta e ognuno faceva quello che voleva su quella base. È uscito qualcosa che, pensando agli altri come se fossero presenti, per me è davvero fortissimo. Su sguardo da bambino, che è l’ultimo brano, c’è anche una coda cantata. Non doveva essere così. Quella parte era un brano super pomposo, epico, sembrava che venisse giù il mondo. Abbiamo deciso che non serviva a nulla e l’abbiamo scarnificata nella sua melodia e chitarra. Qui ci teniamo tutti davvero molto, alla semplicità, che non è mai banalità. La semplicità va a braccetto con la complessità. Una cosa semplice, per noi, è super complessa da realizzare e da pensare. La complicazione per noi è superflua. La complessità è ciò a cui tendiamo, ma può stare anche dentro la semplicità.

Hora Records è un’etichetta che negli ultimi anni si è distinta per un’attenzione particolare ai progetti di ricerca. Come si è sviluppato il vostro incontro con loro? Ha contribuito in qualche modo alla forma finale del disco?

Sichi: Hora Records è davvero qualcosa che ci rappresenta, perché è un’etichetta che parte come casa discografica di modern jazz, che però nell’ultimo periodo si è aperta a progetti più pop. Un artista che ci ha colpiti è Nick T. Ci piacciono le band che hanno una concezione di gruppo come la nostra. Anche i fondatori di Hora Records sono musicisti che suonano in band, non in progetti nominali. Per noi è importantissimo essere Palomar e non “il gruppo di” qualcuno.

Fra pochi giorni vi vedremo suonare (al fresco) nella Rocca di Serravalle Pistoiese. Ci potete dare qualche anticipazione?

Sichi: Vi basti sapere che abbiamo degli inediti: c’è già qualcosa di nuovo nel live che portiamo…

A questo punto non ci resta che ricordarvi l’appuntamento del 27 giugno a Serravalle Pistoiese: un’occasione preziosa per vedere come la musica dei Palomar prenda forma dal vivo, tra nuovi brani, improvvisazione e quella cura del dettaglio che li contraddistingue.

 

In copertina: foto di Claudia-Fontana

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