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L’universalità delle emozioni interiori. Intervista a Dimartino

Lo scorso 8 maggio è uscito L’improbabile piena dell’Oreto, il nuovo album di Dimartino. L’abbiamo intervistato per conoscere da vicino il suo lavoro.

Cantautore siciliano tra i più apprezzati della scena indipendente italiana, Antonio Di Martino, in arte Dimartino, intreccia melodia e ironia con testi che raccontano l’amore, il Sud e le contraddizioni del presente. Dopo anni di carriera solista, il suo nome ha raggiunto il grande pubblico con Musica leggerissima, brano sanremese in duo con Colapesce.


Torni alle produzioni in solitaria dopo molti anni con un disco che presenta un singolo d’esordio, L’oro del fiume, dilatato e di atmosfera, dove si aspetta sempre un’esplosione ma poi si capisce che il racconto e la narrazione sono tutto. Come è stato tornare a scrivere senza necessariamente cercare una soluzione vicina ai canoni pop?

«I miei dischi hanno sempre un tempo di maturazione lungo ma li vedo in continuità: mi è venuto quindi semplice produrre e non pensare necessariamente ad una collocazione discografica. Del resto da ascoltatore amo sempre fruire di qualcosa che nasca dall’interiorità e dalla purezza di un artista».

 

Che riflessioni fai sull’attuale stato della musica di autore italiana? 

«Sostanzialmente da un lato vedo che viene trascurata ma dall’altro penso che sia un momento prolifico perché si stanno aggiungendo molte voci nuove in questo panorama che possono dare la possibilità ad un cantautore, che parla linguaggi diversi, di farsi ascoltare nella massa».

Si parla costantemente di “politicamente corretto” o di linguaggi. Ti sembra una forzatura per lo scrivere, cosa che alcuni musicisti e non solo (penso al cinema) sottendono? 

«È un momento in cui dire le cose ed esporsi ti fa sentire fraintendibile perché il tuo messaggio arriva ad un pubblico ampio e questo lascia molto spazio alle interpretazioni. Reputo però necessario che artisti dicano cose diverse, perché l’arte si nutre di contraddizioni, specialmente il cinema. Sono convinto comunque che le battaglie fatte sui linguaggi in questi anni siano giuste e sia necessario che l’attenzione dell’arte venga posta anche su altre questioni».

foto credits: Giuseppe Lanno

Sei un uomo “sposato” con il Sud, lo si evince sempre, in particolar modo nel tuo ultimo disco, eppure hai avuto una “relazione” con Milano. Chi la vincerà, socialmente, questa sfida? Torneremo fra qualche anno più umani e smetteremo di correre?

«Stiamo parlando di una guerra, lunga, fra città e provincia, che non ha un vincitore: una persona può essere felice in entrambi i contesti. Io ho scelto Palermo per questioni familiari e perché la mia musica si nutre delle strade e dei cortocircuiti della mia città e ha bisogno di spazio, cosa che non avevo a Milano. Specialmente dopo la pandemia, penso le persone più vicine agli ambienti, quali boschi, spiagge, mari o panorami: trovo che siano una cura per problemi del nostro interiore».

Un film del cuore, una canzone del cuore e un libro del cuore.

«Sul film del cuore ti dico Il cielo sopra Berlino di Win Wenders, una canzone del cuore proseguo con By this river di Brian Eno. Per il libro sicuramente Cuore di tenebra di Joseph Conrad, citato anche nel mio ultimo disco».

 

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