Ilaria Bianchi fonde pensiero e materia, emozioni e figure simboliche. Un dialogo con la designer pisana.
Ilaria Bianchi è designer multidisciplinare. Il suo lavoro muove da un’urgenza narrativa dove i pensieri si fanno materia concreta. Originaria di Pisa, con base a Milano e con brillanti esperienze internazionali all’attivo, il suo lavoro è connesso alle emozioni e le sue creazioni trovano un alter ego in figure simboliche. Ogni oggetto possiede un linguaggio proprio, in una continua ricerca tra trasformazione, consapevolezza ed equilibrio.

Ilaria, ti muovi tra studi, gallerie, botteghe artigiane. In quale contesto artistico ti esprimi con maggiore libertà?
«Ad ognuno di questi luoghi dell’agire corrispondono opportunità e vincoli creativi, all’interno dei quali è interessante navigare alla ricerca della propria espressività artistica – a volte la si può stiracchiare, altre volte va compressa per farla espandere. La pura libertà è complessa da esercitare, richiede sempre una mediazione tra le necessità, le possibilità e le richieste dei clienti, dei fornitori, del mercato, dei budget, dei gusti. La libertà richiede adattabilità di poter sgusciare tra questi aspetti riuscendo a presentare un mondo che risuoni con delicatezza e che venga ricercato e apprezzato».
Nel tuo manifesto parli di come tradurre informazioni in emozioni. Possono barriere trasformarsi in portali?
«Il mio processo creativo si radica alle informazioni che emergono attraverso la ricerca. Generano emozioni e domande che traduco in linguaggio materico sotto forma di oggetti, mobili o installazioni. Questa riflessione si riferisce al progetto Perimetri Domestici, sviluppato durante una residenza artistica a Palazzo Monti, a Brescia. Durante quel periodo ho scoperto quanto il territorio bresciano sia legato alla tradizione metallurgica e alla produzione di ferro battuto, come cancelli e recinzioni. Ma cosa delimita uno spazio? Ho lavorato su elementi ispirati alle strutture divisorie del paesaggio urbano, reinterpretandoli e trasformandoli in strutture aperte. In questo senso le barriere si trasformano in portali: elementi che invitano a una nuova relazione con ciò che consideriamo “dentro” o “fuori”. Il design parte da un dato reale e lo trasforma in un’esperienza emotiva, capace di modificare la percezione delle cose».
Spesso il titolo di un progetto artistico è la chiave per interpretarne il messaggio, come se ne completasse la personalità. Come scegli il nome delle tue creature?
«I miei progetti partono quasi sempre da una domanda, quindi spesso anche i nomi sono il risultato di un quesito preciso. Per me il design non è mai soltanto forma: è un modo per costruire narrazioni. CastAway, ad esempio, nasceva da una riflessione sul concetto di scarto e sulla possibilità di trasformare materiali abbandonati in una nuova estetica. Cerco sempre parole che non descrivano semplicemente un prodotto, ma che aggiungano un livello emotivo. Credo che ogni oggetto abbia una propria identità: il nome serve a renderla più leggibile».
Il progetto di ceramiche Temperanza è un esempio di artigianato. Il nome è quello di una virtù cardinale. Piero del Pollaiolo è uno dei tanti maestri pittorici che, nel 1470, ha rappresentato questa figura eterea. Cosa ti ha ispirato nell’ideazione?
«Temperanza è forse uno dei progetti a me più cari perché ha origine da una ricerca personale, è libero dal punto di vista espressivo. Nasce da una riflessione molto intima sulla simbologia dei tarocchi, un universo che ho iniziato a esplorare intorno ai tredici anni, attraverso la lettura e l’interpretazione delle carte. Il caso ha voluto che nel 2020, seguendo la numerologia legata agli arcani maggiori, la mia carta dell’anno fosse proprio la numero 14, la Temperanza. È stata una coincidenza che mi ha spinto a trasformare quell’immaginario in materia. Questa figura mi ha sempre affascinata perché rappresenta equilibrio, armonia e passaggio tra elementi diversi. Sentivo che rifletteva il mio approccio progettuale, sospeso tra artigianato e sperimentazione. Mi interessava lavorare su tecniche e superfici che mantenessero una componente imprevedibile, che partecipasse attivamente al processo creativo. Temperanza è stata un modo per dare forma a qualcosa di personale attraverso il linguaggio del design».
Qual è l’utopia, se esiste, nel design?
«Come diceva Mark Fisher, “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Credo che anche il design oggi si trovi dentro questa contraddizione: spesso continua a produrre nuovi oggetti e nuovi bisogni senza interrogarsi sul loro significato o necessità. La mia idea di utopia nel design guarda alla possibilità di una drastica riduzione: meno produzione compulsiva, meno consumo di risorse. Immagino un design capace di tornare ai concetti, alla ricerca, alla qualità delle relazioni che un oggetto riesce a creare con chi lo vive. Per me la vera innovazione non coincide con il “nuovo”, ma con una rinnovata forma di frugalità, più consapevole e critica. Un approccio in cui il progetto attribuisca nuovo valore a ciò che già esiste, al tempo e all’esperienza».
