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Il suono di una giovane band in movimento. Intervista al gruppo fiorentino Ejent

di Laura Contemori

Dal liceo al palco del Firenze Rocks, circa 80 concerti all’attivo, diversi contest vinti, il primo EP “Sono vivo” pubblicato a maggio e un evento da oltre 400 spettatori al Viper Theatre. Abbiamo incontrato gli Ejent, una delle realtà emergenti più interessanti della scena pop rock fiorentina.

Edoardo Nativi alla voce, Gabriele Fabbri alla chitarra, Ruggero Spagnoli al basso, Enrico Magrini alla batteria e John Levon alla tastiera, cinque giovani musicisti che in appena tre anni sono riusciti a ritagliarsi uno spazio importante nel panorama musicale italiano.

Hanno aperto a concerti di artisti come Bandabardò, Manu Chao, Daniele Silvestri e Galeffi, oltre a esibirsi in occasione di eventi organizzati da GKN e CGIL. Hanno vinto l’Emergenza Festival Italia nel 2024 che li ha poi portati ad arrivare secondi al Taubertal Festival in Germania.

Un percorso condiviso anche con la manager Valentina Parigi, entrata nel progetto nel 2025 e diventata in breve tempo un punto di riferimento per la band. “Oggi con lei siamo in sei”, raccontano gli Ejent, sottolineando il ruolo centrale che ha avuto nell’accompagnare la crescita del gruppo.

Come vi siete conosciuti e quando sono nati gli Ejent?

Ci siamo conosciuti al liceo musicale Dante di Firenze. Suonavamo tutti già da tempo e a un certo punto ci siamo ritrovati insieme. La band è nata nel gennaio 2023 e fin da subito è stata una cosa seria, qualcosa su cui abbiamo deciso di investire davvero.

Avete artisti di riferimento che ammirate in particolare?

Ci ispiriamo a molti artisti diversi. In questo periodo stiamo ascoltando molto i Subsonica, ma la cosa bella è che ognuno porta le proprie reference. Da questo mix nasce il suono degli Ejent.

Sabato 13 giugno avete calcato il palco del Firenze Rocks, che cosa ha significato per voi suonare per un così grande evento e che sensazioni vi ha lasciato?

Negli ultimi anni abbiamo sempre suonato davanti a un pubblico numeroso, ma il Firenze Rocks ha un’aura diversa. Per noi è stato come giocare in Champions League. Da bambini andavamo a vedere i concerti lì, ritrovarsi oggi su quel palco è qualcosa di speciale. Essendo una band fiorentina, è stato anche un importante riconoscimento da parte della città in quanto artisti.

A livello personale ci ha dato la conferma che stiamo seguendo la strada giusta. Fare musica oggi richiede tanti sacrifici e momenti come questo ti danno la spinta per continuare.

foto: Francesco Tomè

Qual è il traguardo più importante raggiunto finora?

Per quanto il Firenze Rocks sia stato straordinario, il momento che sentiamo più nostro è stato l’evento organizzato da noi al Viper Theatre (oggi Otel) l’8 maggio.

Quello è stato veramente il coronamento di un percorso. Non è scontato per una giovane band emergente organizzare il proprio evento, in uno spazio che ha ospitato in quei giorni artisti come Emis Killa e Sarah Toscano.

È stato interamente organizzato da noi e vedere circa 400 persone venire ad ascoltarci è stata una soddisfazione enorme. Sul palco anche ospiti importanti come i Manitoba, Marco Cocci con cui abbiamo suonato “Sono il re” dei Malfunk, e i Marilyn in apertura.

Il nostro punto forte è che quando facciamo un evento abbiamo sempre un gran bel pubblico che canta insieme a noi, che fa il tifo per noi. Questo ci fa capire che quello che stiamo costruendo è qualcosa di reale e credibile.

Ci sta molto a cuore coinvolgere il pubblico nei nostri concerti, soprattutto far arrivare un’emozione che faccia rimanere qualcosa dentro.

A inizio maggio è uscito il vostro primo EP “Sono Vivo”. Cosa rappresenta per voi e cosa racconta?

È un EP molto notturno, scritto prevalentemente di notte. Sono quattro brani che racchiudono diverse sfaccettature della nostra identità musicale e il tema della notte ritorna spesso, attraverso canzoni come “Luna” e “Libera”, che parla di sogni.

Abbiamo provato a mettere proprio un marchio di identità sul sound. È un EP coronato dalla collaborazione importante con i Manitoba, con cui abbiamo fatto “Ci divertiamo”. Sono artisti molto apprezzati a Firenze e siamo davvero felici di aver fatto questo featuring insieme a loro.

L’EP è stato prodotto da Amudi Safa e registrato con Fabrizio Simoncioni, uno dei produttori discografici più importanti del panorama musicale italiano.

Come nascono le vostre canzoni, qual è il vostro metodo di scrittura?

Ogni canzone nasce in modo diverso. Di solito l’idea parte da uno di noi, ma poi il brano cresce e si sviluppa sempre in maniera collettiva. Nella maggior parte dei casi arriva prima la musica e dopo il testo.

Sabato 27 giugno parteciperete anche alla finale di Spaghetti Unplugged dello Spaghetti Festival di Roma. Che aspettative avete?

Uscire dalla Toscana è fondamentale. Roma è una città piena di giovani e opportunità, e ci permette di farci conoscere anche fuori da Firenze.

Ogni data fuori è un’occasione di crescita. Ci piacerebbe continuare a portare la nostra musica in giro per l’Italia e, perché no, in futuro valutare anche uno spostamento, ma dipenderà dal percorso.

Firenze ha una scena musicale viva e ricca di progetti interessanti, ma spesso altrove il pubblico è ancora più predisposto ad ascoltare artisti emergenti. Inoltre a Firenze ormai siamo una realtà conosciuta, mentre altrove c’è ancora tanto spazio da conquistare.

Con chi vi piacerebbe collaborare in futuro?

Siamo aperti a tutto ciò che può arricchire artisticamente il progetto. Se un artista può portare qualcosa di autentico, una collaborazione è sempre un valore aggiunto.

Tra i nomi che ci piacerebbe incontrare ci sono sicuramente Subsonica, Fast Animals and Slow Kids e Le Vibrazioni.

Avete altri progetti in cantiere?

Al momento stiamo lavorando a nuova musica e a futuri progetti discografici. A luglio ci fermeremo con i concerti per dedicarci completamente alla scrittura.

L’obiettivo è continuare a crescere e portare la nostra musica in tante altre città. La cosa più bella è che tutti e cinque vogliamo la stessa cosa e remiamo nella stessa direzione.

 

foto di copertina: Francesco Tomè

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