L’immagine in movimento è una serie di immagini statiche su pellicola che si susseguono a una velocità tale da illuderci che si stiano muovendo. Andrea Granchi sfrutta questo paradosso e ci dona un cinema mirabolante e sconnesso.
Stavolta, non è chi scrive che ha puntato i piedi in redazione per una sperimentazione al di là del tempo e dello spazio. La mostra Andrea Granchi. L’immagine in movimento, allestita presso Rifugio Digitale, curata da Bruno di Marino, si è conclusa lo scorso 23 maggio. E quindi? Chi siamo per non parlare di una mostra già conclusa?
La vicenda di Andrea Granchi si può definire un’occasione montaliana, una svolta che fa riflettere ancora una volta, ancora meglio, sul ruolo dell’immagine in movimento. Firenze, a partire dagli anni Settanta, è un punto di riferimento per il video, il cinema e l’arte elettronica, nonostante sia già inflazionata per la sua storia di Umanesimi e Rinascimenti. La libertà fiorentina, in questo campo, è ancora vasta, al punto che archivi come quello di Granchi si riscoprono gradualmente, idea contenuta nel blocco informe che aspetta solo delle mani sapienti (non le mie) per essere estratta quanto più perfettamente possibile.

Andrea Granchi – Teatrino per Cosa succede in periferia (1971)
La mostra ha alternato tre importanti proiezioni di Granchi: Cosa succede in periferia? (1971), Il giovane rottame (1972) e Discorso teorico della pittura (1974). Ciò che lega queste tre opere si può sintetizzare in pochi, profondi concetti: frammentazione, distruzione, gesto. Quest’ultimo consente all’immagine statica, in forma di ritaglio fotografico, frame da super8, opera pittorica, di espandersi in cerca della terza e quarta dimensione, non solo verso uno spazio più esteso, ma verso una durata. Il sonoro, il visivo, la pittura sono pezzi sconnessi e autonomi: Granchi li fa convivere sullo schermo, provando che la loro è una combinazione collettiva vincente.
È una rappresentazione strutturale della società contemporanea: l’individuo ha significato di per sé, ma acquista un valore aggiunto mettendosi in relazione all’altro. Il meccanismo appartiene alla teoria dell’Intermedia, coniata da Dick Higgins negli USA negli anni 60, per cui a un indebolimento delle categorie sociali e culturali corrisponde un’attenuazione dei confini tra le arti.
Andrea Granchi – Discorso teorico della pittura (1974)
Granchi, artista e curatore, proviene da un’importante tradizione familiare legata al restauro. Nonostante questo, non sceglie quale delle arti sia quella a lui più affine: le prende e le mescola, portando pittura e disegno nel cinema. L’artista, come nel Giovane rottame, si sente parte di un meccanismo, oggetto di recupero, e, mentre si smonta, coglie i frammenti della realtà e li riassembla. Granchi, come i suoi «eroi scapigliati», riflette sull’arte prendendo in giro la serietà del ruolo dell’artista come vate, demitizzandolo attraverso la ripetizione, le sincopi dei gesti, i movimenti sconnessi, ma costanti, in pellicole piene di agitazione e movimento.
Foto ritratto Andrea Granchi – foto: Giorgio Balzano
Del resto, lo stesso disegno, così come la pittura, votati alla realizzazione di un movimento tanto anelato quanto fissato sul supporto, nascono dalla mano che traccia un percorso. La pellicola rende possibile quello che la mano riesce a realizzare solo in fieri. Alla gioventù, già negli anni Settanta, si chiedeva di sacrificare una parte di sé, così come la pittura dovrebbe, tradizionalmente, rinunciare al movimento come durata, a scapito della perfezione della rappresentazione. Granchi non ci sta, il frammento impedisce che il movimento si perda, l’immagine diventa instabile, il soggetto di Discorso teorico della pittura si cimenta in «pose eroiche», mentre il teatrino visivo di Cosa succede in periferia? cade a pezzi, travolto dalla frenesia disarticolata dei suoi stessi personaggi.
