Una culla, un rifugio, uno spazio di ascolto condiviso. Con Cuna, in prima italiana il 18 giugno a Villa Vogel per Poesia nella città, il danzatore e coreografo Giuseppe Comuniello costruisce un paesaggio immersivo fatto di movimento, musica e percezioni. Lo abbiamo intervistato per parlare della poetica e delle visioni che attraversano il suo nuovo lavoro.
Nel titolo hai scelto una parola antica come Cuna, che richiama l’idea della culla ma anche quella di protezione e affidamento. Nella performance questa immagine diventa qualcosa di molto fisico e condiviso. Quanto conta, nel tuo lavoro, lasciare che le immagini restino aperte e vengano completate da chi guarda?
Si tratta di uno spettacolo che non ha niente di criptico. La cura e la culla rappresentano idee molto complete, che hanno a che fare anche con la nascita di mia figlia. È una cosa nata intimamente e che non doveva nascondere niente al pubblico. Ho cercato di dare un’idea di gesto, movimento e danza molto chiari, portando le persone in un mondo onirico. Lo spazio che vivremo, quello del chiostro di Villa Vogel, vorrei che diventasse qualcos’altro anche grazie all’uso dell’arpa. Una presenza insolita, il cui merito va all’arpista: le ho chiesto di non seguire uno spartito, ma di lasciarsi guidare da ciò che accade.
In Cuna il pubblico non è semplicemente seduto a osservare, ma è chiamato a trovare una propria posizione nello spazio e nella relazione con ciò che accade. Come cerchi di coinvolgerlo, con quali strumenti, dispositivi scenici o artefatti, e come valuti se decide di avvicinarsi o, al contrario, di restare distante?
Abbiamo cercato di utilizzare anche un profumo creato appositamente per lo spettacolo. Ho chiesto a una profumista di tradurre in una fragranza le evocazioni che volevo suscitare, a partire dalla culla e dal “cullare”. In realtà ho capito che sia chi culla sia chi viene cullato entra in una sorta di gioco di risonanze, che si realizza anche tra me e l’arpista, avvolti nel profumo e nei giochi di luce.
Principalmente sono i ricordi che emergono, anche attraverso l’olfatto. Abbiamo quindi lavorato su emozioni legate alla casa e all’intimità. Abbiamo anche provato a creare delle sedute diverse dalle classiche sedie, che pure ci saranno: una specie di grandi cuscini che permettano al pubblico di seguire la performance come preferisce. Tutto questo è pensato per far sentire tutti dentro un ambiente condiviso, quasi un luogo tutto nostro.
Detto ciò, è probabile che chi si senta troppo coinvolto scelga di prendere un po’ di distanza, e anche in questo non c’è niente di male. Penso però che chi decide di venire a vedere qualcosa dal vivo sia già predisposto a una certa forma di vicinanza.
In Cuna vita, bisogno di accessibilità e creazione artistica sono anche una possibilità poetica e non soltanto come una questione tecnica o organizzativa?
In questo spettacolo c’è un parte della mia vita, soprattutto nel rapporto con mia figlia. Non credo di aver inserito molto altro della mia storia personale. Cuna arriva fino al momento in cui il bambino comincia a camminare, quasi un primo distacco. E insieme a questa indipendenza ho sentito molto meno il tema della mia accessibilità.
Certo, non avrei mai potuto realizzare uno spettacolo non accessibile. Anche grazie alla conoscenza di realtà diverse all’interno della disabilità abbiamo cercato di rendere Cuna il più accessibile possibile, sia per non vedenti e ipovedenti, che per persone sorde e con neurodivergenze, anche se non sono stati necessari grossi aggiustamenti.
Cuna è anche, sostanzialmente, uno spettacolo sostenibile: abbiamo utilizzato principalmente materiali riciclati o di scarto e non viene impiegata energia elettrica. Nonostante la complessità della sfida, tutti l’hanno accolta in maniera molto positiva. Per il pubblico cieco e ipovedente ho preferito utilizzare l’audiodescrizione sussurrata, che approfondiremo attraverso un laboratorio aperto a persone normovedenti il 17 giugno.
Cosa ti aspetti resti di più al pubblico al termine della performance? Una sensazione, una domanda, un’immagine?
Mi piacerebbe che si portassero a casa un momento di stop. Il respiro. Il concedersi la ricerca di un profumo, di una canzone, di qualcosa che possa sbloccare dei ricordi. Mi piacerebbe che si prendessero il tempo per prendersi cura di sé.