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Come sta il linguaggio? Intervista a Martina Maccianti

By Fabio Ciancone

June 01, 2026

Hackerare il linguaggio è l’ultimo saggio dell’autrice, che indaga i rapporti tra la struttura del linguaggio e i contesti comunicativi. Maccianti invita a rompere le strutture linguistiche imposte e a mettere in discussione ciò che consideriamo “dicibile”.

In ogni epoca e in ogni contesto culturale il linguaggio umano è stato ingabbiato dentro delle architetture del dicibile. Ciò che si può dire è determinato da ciò che è pensabile, secondo il decreto di un’autorità, di una morale o di un sistema di pensiero. Oggi le oligarchie tecnologiche costruiscono architetture del dicibile online basate sulla moderazione dei contenuti, sull’approccio computazionale delle macchine e sul profitto dell’economia dell’attenzione. Eppure glitchare il linguaggio è possibile, rompere le regole della comunicazione e creare nuove forme del dicibile è necessario. Di questo si occupa l’ultimo saggio di Martina Maccianti, Hackerare il linguaggio, edito da Krisis Publishing. Abbiamo intervistato l’autrice.

Com’è nata la tua ricerca?

«La mia ricerca sul linguaggio non nasce da percorsi di studio accademici. Ho studiato architettura e poi mi sono appassionata ai femminismi. All’interno di questa macro-categoria di pensiero ho fatto ricerca sulle pratiche e sulle questioni che mi erano più affini. Di qui sono arrivata allo studio del linguaggio, che per me è un codice politico. L’intenzione del mio ultimo libro è chiedersi come possiamo smettere di essere utenti passivi che ricevono messaggi per diventare soggetti attivi nella produzione del linguaggio. Ho fatto una ricerca che si distaccasse dai canoni accademici, che mi restituisse qualcosa di pratico e accessibile».

Nel libro parli molto della relazione tra codici e algoritmi. È ormai evidente che le piattaforme social sono in mano a un’oligarchia che aspira a controllare la politica oltre che la società. Ha senso stare lì sopra? Per te che rapporto c’è tra hacking e diserzione?

«Sono una grande fan di persone come Bifo o Kenobit, ho sempre studiato i discorsi attorno al concetto di diserzione. Da un punto di vista emotivo, per me la diserzione è la risposta più efficace al dominio oligarchico. Da un punto di vista razionale, però, i tempi recenti ci hanno dimostrato che non siamo in grado di fare un lavoro approfondito sul digitale nei movimenti di sinistra dal basso. C’è una grande reticenza verso il digitale in generale. Questo fa sì che pezzi di analisi restino fuori dai ragionamenti dei movimenti. In più, penso che uscire da determinati sistemi senza provare a glitchare quello che c’è la dentro possa essere fine a sé stesso, e mentre noi facciamo il nostro il mondo fuori continuerebbe senza crepe e senza innesti. L’ideale sarebbe fare entrambe le cose, hackerare e disertare, ma sappiamo benissimo che questo sistema difficilmente ci lascerebbe spazio e tempo per stare su due binari. L’hacking dei codici che abitiamo quotidianamente può avere effetti a lungo termine, se viene fatto in maniera massiccia da chi ha il desiderio di cambiare le cose. Probabilmente non siamo neanche consci degli effetti profondi che una costante operazione critica sul linguaggio potrebbe avere a lungo termine».

Pensi sia necessaria una maggiore alfabetizzazione politica-digitale nei movimenti di sinistra, per portare avanti certe rivendicazioni?

«Sì, credo sia un pezzo fondamentale del discorso. Io parto dal linguaggio in generale per arrivare a parlare di algoritmi, piattaforme e linguaggio informatico. Le piattaforme creano una struttura che io chiamo “architettura del dicibile”, perché determina letteralmente la struttura del linguaggio sui social. La macchina non ragiona per emotività, ma per come intende un input: se un input linguistico per una macchina è computabile, allora lo esegue e lo porta avanti nell’algoritmo, altrimenti il contenuto scompare. Ne ho parlato a proposito dei contenuti pro-Palestina sulla piattaforma Meta. I creatori di contenuti da Gaza hanno cercato di eludere questa censura, ad esempio inserendo numeri al posto di lettere. Capire il funzionamento di questi sistemi e come aprire un varco è fondamentale per le rivendicazioni».

Per come la vedo, l’essere umano conserva molte forme di comunicazione libere e non strutturate da questa architettura del dicibile digitale. Mi sembra che queste forme di comunicazione siano ancora prioritarie, non tanto per l’economia dell’attenzione che domina le piattaforme quanto per le relazioni emotive e personali. L’architettura del dicibile online avrà delle influenze anche su altre forme di comunicazione?

«I vari livelli si intrecciano e coesistono. Pensa ad esempio al linguaggio del gaming che sta occupando il linguaggio delle persone giovani (droppare, pushare…). Le persone giovani hanno un rapporto abbastanza ibrido tra il digitale e il fuori e possono costruire patch tra le due dimensioni e portare avanti un discorso critico di pari passo. Proprio questi neologismi, ad esempio, possono cambiare la percezione attorno a determinati fenomeni. L’esempio più evidente è l’uso della parola “femminicidio”, un termine che ha cambiato totalmente la leggibilità pubblica del fenomeno. Questo rende tangibile il modo in cui nuove parole possono creare cornici di comprensione totalmente diverse di uno stesso fenomeno. Per me l’essenza del libro è capire che il linguaggio umano funziona in maniera molto simile rispetto al codice della macchina, è influenzato da un gioco di input, output e cornici di significato. Questi meccanismi si intrecciano in tutte le forme di comunicazione: comprenderli ci permette di capire su che piano stiamo nel mondo reale, capire qual è l’intenzione di un discorso che sto recependo, cosa mi stanno dicendo le persone. Sono meccanismi da cui nessun contesto comunicativo è esente».