Il lavoro culturale è vittima di precarietà, sfruttamento, competizione tra lavoratorə in condizioni contrattuali critiche. Ne abbiamo parlato con chi lotta per i propri diritti.
Le maggiori criticità del settore lavorativo culturale ruotano attorno a parole chiave ben note: precarietà, disoccupazione, mancanza di tutela, competizione. Questi enormi pianeti del disagio attraggono elementi satellite che contribuiscono a creare una fitta rete di criticità che raramente viene percepita all’esterno. Il mondo della cultura non sta bene e sembrava che fosse un dato di fatto noto ai più. Tuttavia, le interviste a Valentina Peri, militante del sindacato Sudd cobas, e Barbara Carulli, di Vogliamo tutt’altro, movimento dellə lavoratorə dello spettacolo, portano una visione ancora più desolante.
Racconta Valentina Peri: «Le lavoratrici e i lavoratori della cultura vivono in una condizione di precarietà totale e noi siamo in mobilitazione ormai da gennaio con persone che sono state assunte con contratti stagionali, con contratti precari dai musei fiorentini statali chi per ə, chi per 18 anni. E loro raccontano una situazione lavorativa sempre appesa al filo». La precarietà è il principale fattore di disagio, con condizioni di lavoro che portano a una vita in sospeso, aspettando un rinnovo che, per cambiamenti di appalto all’interno dei musei statali, a volte non arriva.
La stessa situazione è testimoniata anche nel campo dello spettacolo, in particolare a causa dei tagli ai fondi pubblici per lo spettacolo attuati a partire dal 18 giugno 2025. Ci dice Barbara Carulli: «Sono state cancellate delle realtà che erano sotto il ministero da 40 anni, realtà che hanno contribuito, ad esempio, allo sviluppo della scena culturale della danza italiana e che da un giorno all’altro si sono ritrovate senza il rinnovamento dei fondi». Dall’anno scorso, infatti, gran parte delle compagnie di danza contemporanea e vari festival multidisciplinari sono stati declassati a favore di una fetta di produzione che privilegiava repertori classici o, secondo il comunicato redatto dal movimento, di organismi poco trasparenti, vicini a componenti governative.
«Tutti questi fondi – continua Carulli – sono stati redistribuiti in una maniera che ci spieghiamo ben poco: è stata eliminata tutta quella scena legata a ricerca, sperimentazione, a un tipo di rischio culturale, per tornare indietro a una sfera legata agli enti lirici o comunque a una visione passata». Sottolineare tali criticità non è, per le persone intervistate, un modo per puntare il dito su colleghi o sottosettori affini; Carulli stessa la definisce, fondamentalmente, «una guerra tra poveri». La creazione di parametri opachi di giudizio, così come di contratti lavorativi a metà tra il part-time e la completa flessibilità – nel caso del sistema museale e delle miriadi di appalti e sub-appalti che lo popolano – porta alla percezione di un nemico identificato nel collega che svolge la stessa attività, ma ha un datore di lavoro diverso, o un contratto più “stabile”, oppure la compagnia che privilegia un tipo di teatro dove la sperimentazione è esclusa.
Peri sostiene che il pericolo di una divisione tra pari sia concreto e difficile da risolvere: «Tutti questi infiniti livelli di appalti, sub-appalti, agenzie interinali, ministeriali, tirocinanti creano lavoratori con tutti i co-datori di lavoro differenti, a cui sembra di essere divisi per quanto riguarda le richieste, in possibile competizione per mantenere quel precario posto di lavoro». Ciò contribuisce a creare un luogo di lavoro in cui «è difficile anche immaginare di organizzarsi e lottare insieme per i diritti».
Paradossale? Non fino in fondo: «È una catena malsana che si autoalimenta. Tutti questi spazi di lavoro precario alimentano la possibilità di sfruttamento. Se ho una persona che ha lavorato per 18 anni con contratti precari e che avrebbe anche diritto a dire “no, magari tutte le festività quest’anno non me le faccio”, ma c’è la tirocinante che lavora gratis e se le fa tutte, posso dire alla persona “l’anno prossimo non ti prendo con il contratto stagionale, perché tanto ho la tirocinante che riesco a sfruttare meglio o il lavoratore a chiamata”. Questo crea una condizione di lavoro ostile a qualsiasi possibilità di richiesta di garanzia di diritti».
Questo sistema alimenta il timore della perdita del proprio lavoro, sudato a colpi di contratti altalenanti, attraverso la necessità di essere perennemente reperibili. Ciò che manca è, ovviamente, l’idea di una tutela in cui si individuino le responsabilità che non debbano essere scaricate sugli appalti, ma gestite direttamente dall’alto. Quali sono, allora, le soluzioni per il breve periodo? In entrambi i casi c’è un lavoro di immaginazione. Per Peri è «pensare a un luogo di lavoro diverso» anche e, soprattutto, grazie a queste prime lotte sindacali che nei musei stanno aprendo un fronte di solidarietà sempre più grande. Vogliamo tutt’altro dice: «Stiamo facendo un lavoro principalmente di immaginazione; perché l’unica cosa che possiamo fare è creare un linguaggio nuovo tra di noi e immaginarci delle pratiche di conflitto e delle azioni che possano incidere. Che cos’è che vogliamo? Vogliamo qualcos’altro. Che cos’è questo altro?» Ancora una volta, provate a rispondere voi.