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Come stanno lə diciottenni? Piccola conversazione familiare

di Anita Fallani

Le persone giovani sono raccontate senza potersi davvero raccontare. Crediamo di poter inquadrare una generazione ma, senza metterci in ascolto, ci sfugge il senso profondo delle cose.

Mio fratello è bellissimo. Fisicamente non mi assomiglia per niente. È tutto scuro. Ha i capelli corvini, gli occhi intensi. Indossa un brillante come orecchino. Parla poco. Il 25 gennaio 2026 ha fatto 18 anni e adesso per lo Stato italiano è maturo abbastanza per votare. «Sinceramente Ani, non è che sia cambiato molto dai 17 ai 18» mi dice Neri, una persona che faccio fatica a chiamare al telefono al primo tentativo perché si chiama come una mia cara amica nonché direttrice del mensile che state leggendo, Asia, fa di cognome. L’iPhone mi chiama Asia quando vorrei chiamare Neri, alcune volte chiama Sofia, la sorella di Asia. Altre volte succede il contrario. Tre persone a cui voglio molto bene condividono sui documenti ufficiali il plurale di un colore e questo genera dentro il mio iPhone un disordine divertente di parentele e affetti.

«Continui ad andare a scuola, continui ad andare a calcio, e basta. Nel quotidiano quello che smetti di fare è fingere. Fingere di avere 18 anni per comprare un drink, le sigarette o andare a qualche serata in discoteca per i 18+. Per il resto basta. Ah sì, il fatto che sei…com’è che si dice?» mi fa Neri. «Penalmente perseguibile?» gli faccio io. «Si ecco, penalmente perseguibile» ripete lui. Il giorno prima di diventare maggiorenne gli avevo scritto dicendogli che se aveva voglia di compiere qualche reato senza dover rispondere delle sue azioni questa era la sua ultima occasione. Per me invece, con questo messaggio, la prima per ricevere un’accusa di istigazione alla violazione delle leggi. Alla mia lista di idee di reati (droga, spaccio, ricettazione, traffico di organi) Neri, in linea con il suo carattere composto, aveva risposto molto pacatamente con un «Addirittura?».

La cosa, per lungimiranza sua, non ha avuto seguito. Dopo la mezzanotte è andato a ballare in una discoteca poco distante per una serata 18+. Stavolta senza fingere. Per fortuna: avevo detto una sonora cazzata, cosa che però avrei scoperto solo poco dopo quando un ragazzino di tredici anni e mezzo della provincia di Bergamo aveva deciso di accoltellare la sua professoressa di francese. Nella lettera, quel ragazzino aveva scritto che lo aveva fatto ora perché non aveva ancora finito 14 anni, cosa che gli avrebbe evitato il carcere.  L’ho voluta leggere insieme a Neri e Bruno, l’altro nostro fratello che di anni ne ha quasi 14, perché era scritta incredibilmente bene. Volevo confrontarmi con loro, sapere se conoscevano il significato di alcune parole usate là dentro, discutere del contenuto, anche perché quel fatto di cronaca aveva riproposto a livello nazionale un’analisi stantia e retorica sul benessere degli adolescenti. L’approfondimento nei tg sembrava, a differenza di quella lettera, un prevedibilissimo elaborato di ChatGPT che tirava in causa i social e qualche altro assodato pericolo della modernità. L’analisi precotta era stata presa, riscaldata e servita senza fatica.

Provo a fare qualcosa di diverso con mio fratello. «Neri, come stanno i diciottenni secondo te? Ti sembrano tranquilli, allo sbaraglio…come si sembrano?» gli domando. L’altra Neri, Asia, mi aveva dato come titolo per questo pezzo proprio “Come stanno le diciottenni?”. «Mi sembra una domanda troppo generale. Sinceramente non lo so. Non posso parlare per gli altri. Io sto bene. Sì, bene» mi dice. È vero, a me sembra stia proprio bene. Lo vedo tranquillo e sono molto felice di vederlo così.

Io invece ero una diciottenne molto sofferente ed ero una che, a differenza di mio fratello, usava spessissimo il plurale nei discorsi: la politica studentesca mi aveva insegnato a parlare “per le masse” e “come generazione”. Mi aveva insegnato l’arte retorica dell’iperbole e l’abilità di vendere una lettura grossolana, ideologica e viziata delle cose come conoscenza approfondita della categoria. È il motivo per cui probabilmente, sempre alla sua stessa età, anche a me era stato richiesto di rilasciare una intervista. Era per la rubrica di Repubblica Cosa pensano le ragazze? di Concita de Gregorio. «Non mi piace generalizzare perché io magari vedo dei miei amici di classe che hanno obiettivi chiari mentre quelli della mia compagnia sono meno focalizzati sulla scuola. Non tutti i diciottenni hanno gli stessi sentimenti, sono fatti alla stessa maniera. Generalizzare mi sembra ingiusto. Tipo penso a questo mio amico di scuola, un caro amico, che soffre molto d’ansia. Sono due settimane che non viene a scuola anche se negli scorsi anni non aveva dato segni di sofferenza. Noi gli abbiamo detto che siamo dalla sua parte, di stare tranquillo» mi spiega mio fratello. «Quello che posso dirti è che io mi sento molto più consapevole rispetto a qualche anno fa. Di quello che ho attorno, dei miei pensieri, di quello che mi succede dentro, il mio corpo, quello che succede fuori. Capisco di più le cose, le tematiche, anche quelle politiche o quotidiane che mi succedono attorno. Anche i sentimenti, sì. Riesco a gestirgli meglio» aggiunge.

In questo dialogo con mio fratello, ho provato a fargli un sacco di domande ma come stanno i diciottenni fiorentini alla fine non l’ho capito. Ma ho capito che noi non accettiamo l’idea che loro non si raccontino come una comunità di simili. I giovani sono una categoria che nel discorso pubblico non smette mai di essere un soggetto sociale da indagare e disciplinare e, forse, rinunciare a questa forzatura è un buon modo per rispondere con un po’ di verità alla domanda “Come stanno i diciottenni?”.

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