Fino al 3 maggio Spazio Marameo ospita Liminale, mostra che restituisce il lavoro di residenza dell’artista Luca Granato, sotto la curatela di Lucrezia Caliani.
L’esposizione è un gioco di rinegoziazione tra due involucri che si compenetrano su più livelli: quello spaziale, quello temporale e quello semantico. Quest’ultimo gioca con il concetto di soglia, il limite tra un lato e un altro, tra un interno e un esterno, per sondare le caratteristiche della città di Firenze come «territorio di frizione», una «superficie iconica adattata alla fruizione del turista».
Frizione e fruizione si differenziano per la presenza di una vocale, così come lo spazio di residenza di Luca Granato è diviso dall’esterno solamente dalla vetrina di Marameo; un oggetto trasparente che isola materialmente l’interno e l’esterno ma che, contemporaneamente, funge da «dispositivo di osservazione reciproca». Caliani racconta che «tutta la fase di lavoro e di studio si è svolta proprio nel luogo dove adesso è allestita la mostra: lo spazio di Marameo è totalmente in vetrina, in vista. Luca ha vissuto per due settimane dormendo fisicamente negli spazi dell’hotel e lavorando in questo studio in esposizione continua. Serviva qualcuno che potesse resistere a questa prova, perché non è scontato lavorare costantemente sotto lo sguardo di chiunque passi».

Installation view, foto di Jonathan Soliman Awadalla
Una soglia trasparente
Liminale racconta dell’evoluzione della città di Firenze a partire dalla visione di un artista che non ha legami diretti con la città – Granato vive in Calabria – e che, proprio per questo, può operare sia in una dimensione di studio che di vera e propria scoperta dell’urbanità. Da questa esperienza, vissuta sia nel centro cittadino che nelle zone di periferia, Granato riflette sulla presenza di una netta spaccatura sociale. Caliani, infatti, racconta che l’artista «ha riflettuto su come il centro si sia trasformato da cuore pulsante a scenografia pulita e impeccabile per accogliere il turista, mentre chi ci vive è stato completamente tagliato fuori». Firenze, allora, diventa un vero e proprio palcoscenico teatrale, dotato di un’immagine controllata dove la frizione sparisce o viene abilmente nascosta dietro a simboli e icone che separano la vita reale, quella di periferia, da quella architettata per le aree più appetibili a un visitatore. C’è una soglia che divide queste due realtà e che, di nuovo, è perfettamente rievocata dalla vetrata di Spazio Marameo. Caliani lo definisce un «acquario urbano perché sei sempre in vetrina. Anche io, quando andavo lì per parlare con Luca, mi rendevo conto che le persone si fermavano, guardavano e non capivano. Ti scrutano, ti senti quasi un animale allo zoo. Era importante ragionare su queste tematiche dal punto di vista di un artista che non vive a Firenze, ma che ci arriva grazie alla residenza.»
Untitled, foto di Jonathan Soliman Awadalla
I tempi del cinghiale
La restituzione della residenza è stata, per Granato, un vortice di tecniche e multidisciplinarietà da cui è derivata una selezione scrupolosa. Si parte dall’esplorazione della periferia restituita nell’esposizione di una singola polaroid, fatta a San Salvi; la zona è un ecosistema complesso dove sembra che vada a collocarsi tutto ciò che non è “a immagine e somiglianza” del centro storico. Da qui nasce un’opera significativa, una sorta di ready-made rettificato realizzato con una coperta abbandonata, intelaiata e trasformata in materia artistica su cui campeggia, in foglia d’oro, la scritta “Liminale”.
Ciò che questo manufatto vuole comunicare, però, è esattamente l’opposto di quello che potremmo immaginarci da un’operazione del genere: la coperta, infatti, non è un elemento imbalsamato – ricalcherebbe le logiche immobiliste del centro città – ma un organismo vivo, in decomposizione, che sottolinea fortemente l’idea di precarietà e impermanenza. Questa sensazione di sgretolamento si riflette nel tessuto sociale, quando l’artista decide di registrare e, poi, proiettare su un video in due tempi, la situazione di sovraffollamento di un punto diametralmente opposto alla periferia: il percorso da Ponte Vecchio alla Loggia del Porcellino.
Il cinghiale, animale liminale per eccellenza, viene adottato da Granato come modello di visione di quel punto della città: «Luca ha adottato il suo punto di vista, che è anche la metafora dell’immagine tradizionale fiorentina trasformata in icona turistica. Nel video ha lo stesso atteggiamento: si scontra col turista in un movimento nervoso che diventa quasi un attacco. Si è persino messo delle zanne in bocca per ritornare a quell’immagine». L’iconografia del cinghiale, dunque, si trasforma in uno strumento di esplorazione e liberazione dell’animale dalla gabbia del simbolismo e dell’iconicità, per ricondurlo verso una serie di significati altri, che riguardano ogni passante che si trova quasi in cattività in un ambiente che, precedentemente, poteva considerare un luogo di libera circolazione.
Portrait Luca Granato, foto di Jonathan Soliman Awadalla
Per ulteriori informazioni:
Liminale
mostra di restituzione della residenza d’artista di Luca Granato
a cura di Lucrezia Caliani
Spazio Marameo
Hotel Torre Guelfa, Borgo Santi Apostoli 8, Firenze
13 marzo – 3 maggio 2026
