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Primo Amore, quando il passato torna a cercarci. Lo spettacolo di Sotterraneo per Materia Prima Festival 2026

By Erica Fialà

March 06, 2026

Tratto da un testo di Letizia Russo (Premio Ubu 2003) e curato e interpretato da Fabio Mascagni, Primo Amore debutta a Firenze il 10 marzo (con due repliche il 13 e 15 ) al Bar delle Baracche Verdi dell’Isolotto . Un viaggio nella memoria che racconta il ritorno di un uomo nel paese d’origine dopo trent’anni di assenza e il suo dialogo interiore con il ragazzo che è stato.

Ci sono ritorni che non riguardano soltanto i luoghi ma anche il tempo della memoria, di ciò che resta sospeso, che non è stato detto e che pensavamo di aver lasciato alle spalle. Il protagonista di Primo Amore non torna per nostalgia, né per chiudere un cerchio, semplicemente alcune storie non smettono mai davvero di aspettarci. Ad accoglierlo c’è un incontro rimasto in sospeso con il primo amore: ad aspettarlo è la memoria di un ragazzo di quindici anni che non è mai del tutto scomparso ed è da qui che nasce lo spettacolo, dalla possibilità – forse irrealizzabile – di guardare la propria vita adulta attraverso gli occhi di chi siamo stati quando ancora non sapevamo chi saremmo diventati.

Abbiamo incontrato il protagonista dello spettacolo, Fabio Mascagni per parlare di memoria, solitudine e di quel dialogo silenzioso che ognuno di noi intrattiene con il proprio passato per i lettori di Lungarno.

In questo spettacolo il passato non appare come un semplice ricordo, ma come una presenza che continua a interrogare il presente. Quando hai iniziato a lavorare su questo testo, qual è stata l’immagine o la domanda che ti ha guidato di più?

Il passato è sempre lì che ci aspetta, anche quando pensiamo di aver fatto un grande lavoro su noi stessi, anche quando siamo andati lontano, magari in giro per il mondo. Ci sono alcune cose con cui prima o poi abbiamo inevitabilmente un appuntamento.

Nel testo c’è la fatidica domanda: se incontrassi il quindicenne che eri, che cosa gli diresti?

Quella domanda mi ha fatto capire come volevo avvicinarmi alla storia. In fondo ognuno di noi porta dentro quella versione più giovane di sé, anche se spesso cerchiamo di dimenticarla.

Il protagonista non ha un nome ed è una scelta che sposta la storia da una dimensione individuale ad una più universale, è una scelta registica oltre che insita nel testo?

In parte è una caratteristica della scrittura di Letizia Russo: spesso i personaggi non hanno un nome, oppure sono indicati con una sigla. Ma in questo caso la scelta funziona anche in un altro modo, ovvero fa sì che quella storia possa appartenere a tutti. Il punto centrale non è tanto la vicenda biografica del personaggio, quanto la reazione che ognuno di noi potrebbe avere quando si trova davanti a una verità inaspettata.

Il protagonista torna nel suo paese e incontra un uomo che non vede da trent’anni. L’omosessualità è il contesto in cui la storia si muove ma qual è il vero tema dello spettacolo? 

Quest’uomo si rende conto di aver fatto molte cose nella vita, di essere andato via, di aver costruito altro. Eppure c’è un nodo che non ha mai sciolto e quell’incontro lo costringe a guardarlo in faccia: la sua solitudine.

Il testo sembra costruito seguendo il ritmo irregolare della memoria, che procede per frammenti e associazioni improvvise. Come avete tradotto questa dimensione sulla scena?

A volte ci capita di osservare qualcuno seduto da solo in un bar mentre beve un caffè e domandarci a cosa stia pensando. Letizia Russo ha provato a immaginare proprio questo: cosa succede nella testa di qualcuno durante quell’intervallo di tempo e su quei cinque minuti reali ha scritto cinquanta minuti di pensiero. Il testo segue quindi una logica non lineare, salta da un ricordo all’altro, cambia direzione, procede per associazioni. A volte sembra che le parole escano dalla bocca del personaggio, che arrivino da altrove o dal passato. La sfida è stata quella di provare a dare allo spettacolo il ritmo del pensiero.

Anche il luogo che è stato scelto per il debutto contribuisce a questa dimensione sospesa tra realtà e memoria. Lo spettacolo andrà in scena al bar delle Baracche Verdi dell’Isolotto, uno spazio molto lontano dall’idea tradizionale di teatro, qual è il motivo di questa scelta?

L’idea era di creare uno spazio che fosse allo stesso tempo reale e metaforico: il bar è un luogo quotidiano, un posto che tutti riconosciamo ma nello spettacolo diventa anche uno spazio mentale, una specie di stanza della memoria. Il fatto di non trovarsi in un teatro cambia anche la percezione del pubblico: gli spettatori entrano in un ambiente che conoscono, un luogo che potrebbe appartenere alla loro vita quotidiana e la distanza tra scena e realtà si riduce come se il pensiero del personaggio potesse accadere davanti a noi in uno spazio che potrebbe essere il nostro. Forse è questa la forza più discreta dello spettacolo: ricordarci che dentro ognuno di noi esiste ancora quel quindicenne che pensavamo di aver lasciato indietro.

C’è chi prova a custodirlo, chi preferisce archiviarlo oppure chi fa finta che non abbia mai avuto luogo. Eppure il passato non resta fermo dove lo abbiamo lasciato, rimane in sospensione, come una presenza discreta, finché un dettaglio minimo – un volto incontrato per caso, una frase rimasta in sospeso, il tempo breve di un caffè – non lo richiama di nuovo alla luce. Quando accade, non ci restituisce soltanto ciò che è stato, ci rimette di fronte a ciò che siamo stati prima che il tempo decidesse per noi altre traiettorie. È in questa zona instabile, dove memoria e presente si sfiorano senza mai coincidere del tutto, che il teatro continua a esercitare la sua funzione più arcaica e necessaria, non tanto raccontare storie ma riaprire domande e creare per un istante lo spazio in cui possiamo riconoscere, dentro le vite rappresentate, una parte della nostra. 

 

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