Un dialogo con lo storico chitarrista della Bandabardò, che a distanza di venticinque anni torna a far suonare, in una nuova versione e in tour, l’album Se mi rilasso…collasso.
Il 14 aprile al Teatro Cartiere Carrara si terrà la tappa fiorentina del tour della Bandabardò per celebrare i 25 anni dell’album Se mi rilasso…collasso. Per l’occasione abbiamo intervistato Finaz, storico chitarrista del gruppo.
Se mi rilasso…collasso compie 25 anni. Un momento che vi ricordate della composizione dell’album?
«Ci ricordiamo esattamente la composizione del singolo Manifesto. Insieme al nostro manager decidemmo di affidare la produzione artistica del brano a Riccardo Sinigallia che aveva già lavorato con Fabi, Gazzè, Frankie hi-ngr e che era anche un nostro caro amico. Lui sentì il pezzo e si innamorò del riff e della strofa e soprattutto del testo e ci suggerì di lavorare ad un ritornello che ripetesse come un mantra le parole Resto nudo e manifesto, faccio un gesto…, che riteneva essere molto potenti. E fu così che trovammo quel giro melodico che ancora viene cantato e ballato ai nostri concerti, durante le occupazioni scolastiche e ai cortei pacifici di protesta».
In questi 25 anni ci sono stati molti cambiamenti nel panorama musicale, qual è stato per voi quello più impattante?
«Il primo in cui ci siamo imbattuti ha coinciso proprio con l’uscita del disco in questione. Decidemmo di pubblicarlo in maniera totalmente indipendente, in un periodo storico in cui questa parola significava essere soli contro il gigante dell’industria musicale. Ma a dispetto di tutto e di tutti riuscimmo lo stesso ad entrare prepotentemente in classifica nella top ten. Successivamente i social e la rete sono stati senza dubbio un altro elemento di cambiamento che abbiamo vissuto. Queste tecnologie hanno permesso un accesso al mondo della musica diverso, forse più democratico, ma sicuramente più complicato e confuso per l’immane offerta discografica, di gran lunga maggiore rispetto alla domanda. Il digitale ha poi sovvertito tutti i canoni. Prima si iniziava dal basso, facendo la gavetta. Oggi se non diventi virale o partecipi ad un talent è molto dura».
Che consigli dareste ad un artista o band emergente che vorrebbe fare una carriera da indipendente come la vostra?
«La parola indie per noi significa essere veramente padroni di se stessi e lontani dai circuiti condizionati e condizionanti. Oggi invece sta ad indicare il mainstream, che è un po’ un controsenso. La gavetta, quella fatta di sudore, di chilometri in furgone per una paga da fame e per conquistare piano piano un posto al sole non esiste più perché i locali non rischiano di investire sul nuovo e i giovani non vanno ai concerti di musica dal vivo come una volta. Il consiglio che possiamo dare? Non mollate. Le cose possono cambiare molto velocemente e se si ha qualcosa di vero, sincero, interessante da dire, prima o poi qualcosa di magico accade. È un mestiere bellissimo ma che non fa sconti; è necessario crescere e lavorare costantemente su se stessi e sul proprio progetto. Partire dall’alto bypassando l’esperienza di vita vera alla lunga può penalizzare. Quindi godete appieno della fatica, dell’impegno e della strada che state percorrendo. Il successo, quello vero, non si calcola in numero di streaming, ma sulla base di ciò che rimane al pubblico che vi segue e vi ascolta».
Foto di Gianluca Giannone