Una riflessione sulla sensibilità ambientalista oggi, con il contributo di Giuseppe Onufrio (Greenpeace)
Nella primavera del 1986 una nube radioattiva attraversa l’Europa. Dopo l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, il 26 aprile, le correnti atmosferiche portano le particelle contaminate anche in Italia.
A Firenze, come nel resto del Paese, i giorni successivi sono segnati da comunicazioni sanitarie, controlli sugli alimenti e da una crescente attenzione ai rischi ambientali. Nei media e nella discussione pubblica entra con forza il tema della sicurezza nucleare. Per molti cittadini è il primo contatto concreto con una minaccia percepita fino ad allora come lontana. In quegli anni si rafforza però anche una sensibilità ambientale già presente nei movimenti e nelle associazioni. L’incidente accelera un dibattito che porta nel 1987 al referendum con cui gli italiani decidono l’uscita dal nucleare.
Parallelamente la catena della solidarietà si mette in moto verso la popolazione colpita, in particolare le bambine e i bambini che vivono poco oltre quello che oggi è (ancora) il confine ucraino, nell’attuale Bielorussia. Realtà coma A.N.P.A.S. (tra le molte) attivano donazioni e programmi di accoglienza temporanea in famiglia, e in questo Firenze e la Toscana sono in prima linea.
A distanza di quarant’anni, mentre il nucleare torna nel dibattito energetico europeo e la guerra è tornata nei territori dell’ex Unione Sovietica, la memoria di Chernobyl sbiadisce nella discussione pubblica. Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia dal 2009 al 2025 e attivo nei movimenti ambientalisti fin dagli anni Settanta, ha appena scritto il libro L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili (con Gianni Silvestrini, Edizioni Ambiente) e ci spiega come negli ultimi anni il quadro del dibattito si è modificato: «C’è una campagna pro-nucleare che, da alcuni anni, ha oscurato i termini del rischio nucleare. Il governo fa passare i “piccoli reattori modulari” come sicuri e sostenibili. Peccato che non ne esista neanche uno in nessun Paese occidentale e che non siano per nulla più sicuri dei reattori commerciali».
Per il movimento ambientalista il tema resta legato soprattutto alle scelte energetiche future anche alla luce dell’indipendenza energetica (si pensi alla crisi nel Golfo Persico): «È una priorità: come movimento ambientalista in Italia abbiamo promosso il network 100% Rinnovabili e pubblicato un rapporto sui costi del nuovo nucleare, che risultano elevatissimi e fuori mercato».
Accanto agli aspetti economici restano aperte questioni sanitarie e ambientali: «A parte i costi, i rischi da radiazioni rimangono una questione critica. Uno studio dell’Università di Harvard mostra come ci siano più tumori vicino alle centrali. Un altro studio internazionale sugli effetti a lungo termine sui lavoratori del nucleare – in Stati Uniti, Francia e Regno Unito – indica che anche alle basse dosi il rischio è più elevato di quanto oggi venga ufficialmente accettato».