Site icon Lungarno

Che lingua parla la rivolta? Recensione di Malamovida

 

Il saggio edito da NERO è un insieme di assertivismo e ricerca della libertà. Che sintesi si trova nella scrittura tra queste due dimensioni?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita esponenziale della preoccupazione attorno al tema della “sicurezza”, la cui declinazione legislativa si trasforma spesso in decreti che normalizzano un concetto di “ordine” fondato sull’esclusione, sul silenziamento del dissenso e sulla normalizzazione della violenza ai danni di chi decide di non sottostare alle regole. Il dissenso diventa accettabile soltanto se ordinato, predeterminato, approvato dall’autorità contro la quale si manifesta. Alle questure è affidato il compito di delimitare le manifestazioni entro limiti di decoro, disciplina e asservimento agli interessi economici e sociali delle amministrazioni locali e dello Stato. 

Le varie forme di opposizione al securitarismo dilagante pongono, tuttavia, una questione essenziale: come si trova una sintesi tra l’opposizione alle logiche repressive e normative e la necessità di creare nuovi modelli di organizzazione e vita collettiva? Di rispondere alla domanda si occupa Malamovida, un pamphlet-manifesto firmato da Lara Gaber pubblicato di recente da NERO

Lara Gaber, anagramma di La Bagarre, è un agglomerato indistinto e multiforme di voci diverse. La Bagarre è esso stesso un concetto inafferrabile, un insieme di riflessioni e di pratiche al servizio delle contingenze e dell’immaginazione militante e anarchica. Come è scritto all’inizio del testo, «La Bagarre è un concetto attraverso il quale diverse persone hanno intercettato molteplici possibilità sul mondo. […] è stata anche una realtà fisica, un progetto collettivo che si è realizzato nell’incontro di diverse biografie». Malamovida è quindi un testo caotico e polifonico, in cui confluiscono diversi pensieri, esperienze e testimonianze di persone militanti. 

foto di Ilaria Bandinelli

L’obiettivo polemico di chi scrive è, prima di tutto, l’individuo come soggetto-agente all’interno di una democrazia liberale, isolato e in competizione con gli altri. Con esso, il testo prende di mira qualsiasi forma di aderenza tra i soggetti e la razionalità capitalista, tra ciò che esiste e il suo verificarsi come unica possibilità immaginabile. È una lotta al senso comune di realtà, da cui discende il rifiuto di qualsiasi struttura sociale e di pensiero che abbia l’obiettivo di atomizzare, segregare, isolare le persone: le carceri, la patologizzazione della psiche, un’idea di “attivismo” che si limita al recinto dell’individuale e del conforme, le democrazie liberali come campo in cui agiscono forze economiche e politiche che contribuiscono ad allargare e radicalizzare le disparità tra le persone.

Il testo parte da una frattura storica, dall’assenza di risposte a cui appellarsi per contrastare il presente. È una premessa estremamente generica, ma che aiuta a comprendere il carattere sistemico e militante del testo. «Nessuna categoria può confezionare uno sguardo sincero sulla realtà», si dice in apertura al saggio, e questa crisi è il punto di partenza per ricreare un «immaginario in cui collocare alcuni fatti e sperimentare delle percezioni». È un testo volutamente distruttivo, specie in apertura, che tenta di smontare qualsiasi certezza acquisita dalle società occidentali, persino «la menzogna della “pace” che tiene in piedi la normalità, che prosciuga ogni discorso sedicente radicale». 

Alla contestazione politica si unisce l’entusiasmo della festa, che sia caotica, libera, «immotivata». Attorno all’idea di festa negli ultimi anni si stanno formando tantissime esperienze, sia pratiche – pensiamo ai collettivi che animano la Wish Parade a Firenze e dintorni – che teoriche. La festa, nella liberazione disordinata di chi vi partecipa, contribuisce a rafforzare l’opposizione al modello securitario vigente.

Il testo, nel suo spirito caotico e distruttivo, cerca di scavare alla radice dell’agire militante; è un saggio di ermeneutica politica, che prova a tracciare un nuovo orizzonte di senso. Questo atteggiamento ha delle potenzialità e dei limiti: la principale potenzialità è il potere generativo del testo; il principale limite, a mio parere, è l’assenza di esattezza. 

La lingua di Malamovida si muove all’intersezione tra il delirio della cultura rave e l’assertività dei manifesti militanti. Il saggio è scritto con un tono di «entusiasmo immotivato», come prescrive proprio Lara Gaber, che lascia spazio a una scrittura a tratti delirante, libera, incontrollata. La lingua militante, allo stesso tempo, è assertiva, rigida, con frasi spezzate e ritmo secco. Nei diversi capitoli, tutti molto brevi, si alternano riflessioni di impianto teorico e racconti di notti di festa e protesta. La lingua progettuale del manifesto si mescola a quella lisergica del rave. Il risultato è una mescolanza per certi versi entusiasmante, per altri inconcludente

La natura entusiasta e immotivata del saggio è prescritta dal suo titolo e criticare questo approccio alla scrittura significherebbe forse fraintenderlo. Bisognerebbe piuttosto riceverlo per com’è, senza affibbiargli aspettative di organicità che non gli sono proprie. Eppure, in tempi difficili, anche dare risposte è un gesto rivoluzionario.

 

Fabio Ciancone

Crediti fotografici: Ilaria Bandinelli

Exit mobile version