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La cultura è tutta qui. Sul valore (contro)culturale dei centri sociali

Nei mesi in cui il governo annuncia sgomberi dei centri sociali più radicati e simbolici d’Italia, un libro di Valerio Mattioli ripercorre la nascita di un tessuto controculturale essenziale per la scena degli anni Novanta.

Negli ultimi mesi sono arrivate le notizie degli sgomberi di due centri sociali storici per il tessuto sociale e politico delle città che li ospitavano e, più in generale, per i movimenti controculturali italiani: il Leoncavallo a Milano prima e Askatasuna a Torino poi. Le manifestazioni in risposta a entrambi gli sgomberi hanno avuto una caratteristica non secondaria: non hanno coinvolto soltanto militanti dei movimenti e loro simpatizzanti, ma un tessuto sociale più ampio, fatto di lavoratori e lavoratrici, persone comuni, classe media riflessiva. Lo sgombero di Askatasuna, in un quartiere ancora militarizzato al momento in cui scrivo il pezzo, ha impattato fortemente sulla vita degli abitanti della zona, ad esempio delle famiglie che frequentano le scuole (materne e elementari) che si trovano nei pressi del centro sociale, chiuse per alcuni giorni prima di Natale e fortemente controllate dalle forze dell’ordine nei giorni successivi e all’inizio del nuovo anno. Anche i commercianti si sono lamentati dello sgombero e della successiva militarizzazione del borgo Vanchiglia, che ha causato danni economici ingenti.

Genova G8 2001, Carica della polizia Crediti Wikimedia Commons

 

Qualche giorno dopo lo sgombero torinese, con le polemiche che montavano in tutta Italia, il governo si è affrettato a far sapere che la lista dei posti da svuotare è ancora lunga e gli obiettivi sono dichiarati. Per questo motivo, ad esempio, lo scorso 10 gennaio si è tenuta l’assemblea cittadina “Roma è tutta qui” in difesa dello Spin Time Labs all’Esquilino – a quanto pare il possibile prossimo bersaglio della lunga serie di sfratti. Non è un caso che la repressione si rivolga verso luoghi che fanno del mutualismo, dell’anticapitalismo e della costruzione di un tessuto sociale antagonista alle logiche di mercato dominanti la loro ragione di esistere. L’obiettivo principale di questo governo è reprimere il dissenso organizzato, ammantando il deserto sociale sotto un velo di democrazia e libertà – che significa quasi sempre ordine e repressione.

Alla fine del 2025 è stato pubblicato da Einaudi un saggio che di quei luoghi ricostruisce la genesi e l’evoluzione durante gli anni Novanta, ne esalta il valore controculturale e ne archivia e mette in ordine le esperienze, le estetiche, i percorsi politici. Novanta di Valerio Mattioli riscrive la storia degli anni Novanta prendendo a riferimento simbolico due eventi che hanno segnato la storia dei movimenti politici di sinistra durante questo decennio: la rinascita del Leoncavallo nel 1989 dopo il riflusso degli anni ’80 e i fatti di Genova 2001. La portata simbolica di questi due eventi che incorniciano l’ultimo decennio del Ventesimo secolo è rafforzata dalla loro coincidenza, negli stessi anni, con fatti di portata epocale: il crollo del Muro di Berlino e l’attentato alle Torri Gemelle.

La storia dei movimenti controculturali italiani negli anni Novanta è particolarmente legata all’esistenza di organizzazioni movimentistiche che nascevano dentro i centri sociali o vi orbitavano attorno. Mattioli mostra come, al di là della retorica comune su certi spazi, la più grande ricchezza del Leoncavallo e di Askatasuna (o dell’Emerson e del CPA Firenze Sud, ad esempio, nati negli stessi anni), sia stata la capacità di catalizzare le energie di una classe sociale, intellettuale e politica, che è riuscita a innovare la cultura nazionale – anche mainstream – in maniera profondissima. Alcuni esempi: dai centri sociali sono nate le prime posse italiane e le prime forme di hip hop underground e politico, sono state sperimentate le estetiche cyberpunk e forme innovative di comunicazione, sono state sperimentate forme nuove di rivendicazione femminista e queer, sono nate nuove alleanze tra il tessuto sociale antagonista e quello operaio, in barba ai dettami ormai ammuffiti dei resti del Partito Comunista Italiano, che ha sempre misconosciuto se non apertamente rifiutato i movimenti controculturali e antagonisti.

Centro Sociale Leoncavallo Milano 2025 – Crediti Wikimedia Commons

Novanta è un saggio storiografico e sociale allo stesso tempo. Mattioli attraversa le esperienze del decennio facendo risalire le sue radici agli anni Settanta e Ottanta, con spirito critico e genealogico molto rigoroso, con una tendenza all’archiviazione quasi maniacale di esperienze centrali come periferiche, di grandi nomi della cultura italiana che hanno attraversato le controculture (Neffa, Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, i 99 Posse, i Sud Sound System, Lou X) come di esperienze dimenticate e secondarie. Mattioli fa emergere che la vera ricchezza di un periodo storico è la sua magmaticità, quello che accade nelle pieghe tra grandi eventi ufficiali e piccoli avvenimenti di provincia. La storia fatta di grandi personaggi e eventi campali può anche non insegnare nulla, quella fatta di intricate connessioni secondarie e sguardi a spettro ampio lascia necessariamente il segno, non tanto nei singoli fatti, quanto nella consapevolezza della loro complessità.

Cosa ne facciamo a Firenze di questo patrimonio culturale? Come preserveremo la ricchezza di luoghi capaci, in una città mercificata e venduta pezzo per pezzo, immagine per immagine, di continuare a creare controcultura? Quali compiti vogliamo darci per continuare a far vivere nuovi immaginari e nuovo senso di possibilità?

 

In copertina: 1993, Parco Lambro, Leoncavallo

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