Ci sono opere che attraversano i secoli trasformandosi, sedimentando significati nuovi, rivelando ogni volta qualcosa di diverso su chi le legge e su chi le mette in scena. Frankenstein di Mary Shelley è una di queste. Nato nel 1818 da una giovane autrice di appena diciannove anni, il romanzo è stato a lungo interpretato come una parabola sul progresso scientifico, sulla hybris dell’uomo che sfida Dio, sulla paura del diverso. Ma è anche — e forse soprattutto — un testo che parla di creazione, di maternità, di responsabilità e di riconoscimento.
Nel suo Frankenstein, in scena al Teatro Cantiere Florida per la prima toscana, Ivonne Capece compie un rovesciamento radicale: al centro non c’è soltanto il giovane scienziato e la sua Creatura, ma Mary Shelley stessa. La drammaturgia intreccia la vicenda del romanzo con la biografia dell’autrice, figlia di due intellettuali progressisti come William Godwin e Mary Wollstonecraft, cresciuta in un ambiente culturalmente fervido ma profondamente segnato dalle gerarchie di genere dell’Ottocento. Una donna costretta a giustificare il proprio talento, a ridimensionare la portata della propria opera, quasi a chiedere scusa per aver osato immaginare.
Capece legge il romanzo come una “Grande Utopia”, più che come una distopia: non il racconto di un mostro, ma la storia di una paura — la paura del potenziale, del nuovo, del femminile che crea e rivendica spazio. In questa prospettiva, la Creatura diventa metafora dell’opera d’arte e del suo destino, mentre Frankenstein incarna lo smarrimento di fronte a ciò che si è generato. Lo spettacolo, costruito con l’utilizzo di tecnologia audio binaurale e ambientazioni immersive, trasforma il palco in uno spazio onirico dove biografia e finzione si confondono, e dove la voce di Mary emerge finalmente in prima persona.
Abbiamo avuto modo di fare qualche domanda all’autrice e regista, Ivonne Capece
Nel suo spettacolo Mary Shelley non è solo l’autrice di Frankenstein, ma diventa quasi il cuore stesso della narrazione. Quando ha capito che per rileggere questo romanzo era necessario riportare al centro la sua figura e la sua esperienza di donna e artista?
L’idea è stata quella di sovrapporre la biografia di Mary Shelley al contenuto del romanzo. Rileggendo Frankenstein ho riscontrato affinità piuttosto evidenti. La sensazione che ho avuto è che non si tratti soltanto di un romanzo di finzione, ma di una sorta di autobiografia inconscia. Il nucleo centrale riguarda il conflitto tra le sue ambizioni letterarie e artistiche e un modello di vita che, all’epoca, voleva la donna inserita entro un preciso codice comportamentale.
Mary ebbe molti figli, tutti morti tranne l’ultimo, potremmo dire anche per motivi di incuria, e visse una relazione complessa con un uomo già sposato. La Creatura di Frankenstein rimanda in qualche modo ai figli perduti di Mary stessa. È impressionante il fatto che il nome della prima vittima del mostro coincida proprio con quello del figlio appena scomparso. In un certo senso, il mostro sembra divorare alcune parti della vita di Mary.
Quando lei scrive, le donne in letteratura tendono ancora ad avere un ruolo ancillare rispetto agli uomini, una posizione di soggezione che lei stessa inizialmente avverte. Il percorso di una donna in ambito artistico, per molti aspetti, è posto ancora oggi sotto osservazione. La sensazione è che in alcuni ambienti persista una maggiore fiducia nel modello maschile.

Frankenstein, foto di Luca Del Pia
Lei parla di Frankenstein come di una “Grande Utopia”, ribaltando l’idea diffusa di romanzo distopico. Che tipo di futuro vedeva Mary Shelley nella sua opera? E perché, secondo lei, quella visione è ancora così attuale oggi?
Dal mio punto di vista — e da quello di Mary, considerando il contesto di grande apertura intellettuale in cui è nata e vissuta — la Creatura compie una serie di azioni proprio perché viene rifiutata. Per questo il romanzo ha anche uno slancio di tipo sociale. È come se lei non si rendesse pienamente conto del salto in avanti che compie, non solo nel creare una sorta di nuova mitologia (si pensi, per esempio, al post-umanesimo o al cyborg, ndr), ma anche nell’immaginare un futuro diverso.
Si tratta di un futuro carico di speranza, soprattutto dal punto di vista femminile, perché la Creatura non appare mostruosa: al contrario, è descritta come bellissima. È l’idea di un avvenire capace di superare limiti e convenzioni, un futuro che spaventa — e che è proprio la nostra paura a distruggere.
La sua messinscena utilizza cuffie wireless e audio binaurale, creando un’esperienza immersiva e quasi intima per lo spettatore. In che modo questa scelta tecnologica dialoga con il tema dello spettacolo, che è così legato alla voce interiore e alla confusione tra identità, creazione e memoria?
Lo spettacolo nasce all’interno del progetto Play-On – New Storytelling with Immersive Technologies, nell’ambito del quale era richiesto di sperimentare attraverso l’utilizzo di almeno due tecnologie. La prima riguarda il video semi-olografico: l’attrice si interfaccia direttamente con il video e con l’interprete multimediale, creando un dialogo costante tra presenza scenica e dimensione virtuale.
La seconda è l’utilizzo delle cuffie con audio binaurale: al centro del palco il suono viene raccolto a 360 gradi e l’orecchio dello spettatore corrisponde a quello del manichino utilizzato per la registrazione. Si ha così la sensazione di entrare nella mente di Mary Shelley. Parallelamente, questa scelta amplifica la dimensione onirica e gotico-spettrale che già il romanzo voleva restituire. Inoltre, a livello meta-teatrale, lo spettacolo è a sua volta un contenuto ibrido, in cui i codici — proprio come in Frankenstein — si mescolano e si ricompongono in una forma nuova.
ELSINOR CENTRO DI PRODUZIONE TEATRALE
FRANKENSTEIN
Regia Ivonne Capece
Con Maria Laura Palmeri (in scena), Lara Di Bello e Giuditta Mingucci (in video)
Drammaturgia Ivonne Capece
Assistente alla regia Micol Vighi
Sound designer Simone Arganini
Scenografie Micol Vighi
Costumi Micol Vighi
Postproduzione video Cristina Spelti
Light designer Cristina Spelti
Riprese video Lorenzo Salucci
Tecnica Angelo Generali
Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale
Location video Fondazione Gualandi a favore dei sordi, Museo di Palazzo Poggi Bologna
Spettacolo con tecnologia audio binaurale in cuffie wireless.
Progetto europeo Play-On – New Storytelling with immersive technologie
Info e prenotazioni
www.teatroflorida.it
prenotazioni@teatroflorida.it
+ 39 055 71 35 357 / + 39 055 71 30 664
Teatro Cantiere Florida, via Pisana 111 Rosso, 50143 Firenze
intero 18€ + d.p.
ridotti: 15/8€ + d.p.
