In evidenza

Cosimo Querci: che cosa rimane

By Redazione Lungarno

February 18, 2026

di Tommaso Bonaiuti

Cosimo Querci è un musicista di Prato, di stanza a Torino. Nell’ottobre del 2025 è uscito Rimane, il suo primo disco sulla label fiorentina Quindi Records. Cosimo si esibirà il 20 febbraio al Circolo Il Progresso, abbiamo fatto due chiacchiere con lui.

TB. Rimane è il tuo primo disco, uscito in ottobre. Suona davvero diverso e lontano da tutto quello che si possa raccattare a giro nel piccolo cortile della musica indipendente italiana. L’album è stato ben recensito all’estero. Un tempo (neanche troppi anni fa onestamente) una forma di psichedelia tutta informicolita riemerse in Italia, alla quale si provò a dare una nomenclatura (psichedelia occulta). Forse il disco si sarebbe incastrato bene in quel contesto. Non temi che oggi tra i confini nazionali possa restare “orfano”? 

CQ. Non mi pongo questo tipo di problema, in Italia mi sembra ci siano molti musicisti e musiciste che si muovono con approcci e sensibilità per me interessanti. Per alcune persone appassionate a un certo tipo di suoni, quella scena di «psichedelia occulta» di cui parli sembra essersi un po’ cristallizzata nell’immaginario underground italiano; personalmente non so dirti molto, perché ero troppo piccolo e non ne ho avuto un’esperienza diretta, ma da un punto di vista strettamente musicale ho apprezzato e apprezzo progetti che credo ne facessero parte. Oltre a questo, molti di quei musicisti sono ancora in attività, nonostante l’etichetta «Italian occult» non sia più utilizzata.

TB. Sempre sul rapporto tra stivale e psichedelia. Trovo che tu sia mosso dallo stesso spirito “anarchico” di certi progetti emersi dal centro Italia, nel corso degli anni. Le Stelle di Mario Schifano, i Sensation’s Fix di Franco Falsini (toscano, come noi), gli Starfuckers. Il fattore territoriale ha giocato la sua parte nella genesi del disco? Ho letto che l’hai registrato nelle campagne casentinesi. 

CQ. Mi piacciono molto sia quel primo disco delle Stelle sia alcune cose dei Sensation’s Fix. Non so se il fattore territoriale abbia influenzato in modo cosciente questo disco, non vivo più stabilmente in Toscana da anni. In Casentino ho iniziato a registrare questi brani, avevo bisogno di un luogo più o meno isolato e non mi interessava affittare uno studio; un amico ha così messo a disposizione una casa in quelle zone, di cui ho sfruttato la vecchia stalla. Non nego di essere affascinato da certi paesaggi e territori come quelli casentinesi, perciò, se c’è un’influenza, sta principalmente in questo fascino per quel tipo di aree rurali; non ho ricercato però nessun tipo di esplicito riferimento a luoghi precisi. Il disco si è poi sviluppato e concluso a Torino, in camera, in un contesto tutt’altro che agreste.

TB. Siamo nell’epoca in cui i musicisti (e la loro musica di rimbalzo) sembrano elemosinare la nostra attenzione, cercando di colpirci con effetti speciali e trick a ogni curva. Un’abitudine abbastanza scostante per quanto mi riguarda (pensa che il disco del 2025 è stato quello dei Geese, insopportabile su più livelli). Quello che apprezzo molto del tuo lavoro risiede proprio nel sentimento opposto: Rimane contiene musica che fluisce, che avviene, che scorre, che semplicemente è. Non ti pizzica sulla guancia ogni 3×2 ricordandoti che esiste e che è lì per te, ma ti passa accanto quasi. Ricorda sketch sonori molto astratti… ricorda Jon Hassell. Un tipo di musica che vive anche nei vuoti, o nella reiterazione di figure ritmiche / suoni / colori. Come ti poni di fronte a tutto questo? Anche come ascoltatore, intendo. 

CQ. Grazie mille, e sono contento che ti abbia portato alla mente in qualche modo Jon Hassell, è un musicista che apprezzo particolarmente. Per rispondere alla domanda, di musica che colpisce con trick ed effetti speciali in generale non mi interesso, quindi tendo a rimanere un po’ ignaro e poco informato su certe dinamiche. Non so se il disco dei Geese di cui parli possa rientrare in questa categoria, non l’ho ancora ascoltato.

TB. Nel disco trovo anche sfumature di romanticismo. Niente di melenso, non fraintendermi. Trovo un certo senso poetico, una leggerezza nel tuo modo di suonare, che mi riporta in mente roba come Durutti Column o Ariel Pink’s Haunted Graffiti. È naïf, in senso positivo – poco matematico, razionale, come certo krautrock imporrebbe, citando sempre le fonti. E pure nelle parole che scegli, come in Nina Ferale , mi immagino una filiazione remota con una musica d’autore italiana “re-immaginata”. Mi sto facendo dei trip o senti di confermare queste mie considerazioni? 

CQ. Nessun trip fuori luogo, queste filiazioni ci sono e mi fa piacere che possano essere interpretate in diversi modi, e ciò di cui parli può avere a che fare con influenze più disparate. Per quanto riguarda il krautrock, alla fine quel suo approccio razionale e matematico è finito, secondo me, per essere canonizzato (e standardizzato) più da certo revival che effettivamente dai dischi tedeschi degli anni Settanta. Penso a un gruppo come i Cluster, ad esempio, tutt’altro che «quadrati» e in qualche modo stranamente lirici. Anche certa canzone d’autore più laterale, italiana ma, per quanto mi riguarda, non necessariamente, rientra nei miei ascolti, nonostante mi sia piuttosto difficile collegare questa possibile influenza ai testi dei miei brani. Poiché l’ho visto recentemente in concerto, posso citarti, tra i tanti e tra i più esplicitamente «cantautoriali», Flavio Giurato.

TB. A tal proposito, concedimi di fare un po’ il nerd in maniera spudorata. Ti chiedo quali sono gli artisti o gli album che hai consumato nel 2025, e anche quali sono le etichette indipendenti che segui e per le quali vorresti un giorno incidere nuova musica. 

CQ. Non sono molto metodico e in questo senso ho dei tempi un po’ dilatati, ti rispondo con qualche nome sparso di cui ho apprezzato i lavori usciti negli ultimi uno o due anni: Giulio Erasmus, Ondakeiki, Tanz Mein Herz, Thorn Whych, Megabasse, Lac Observation. Solo alcuni tra i tanti, e probabilmente sto dimenticando nomi che meriterebbero di essere citati. Come penso un po’ tutti, accosto le nuove uscite a scoperte o riscoperte di dischi non necessariamente recenti; questo inverno, ad esempio, ho approfondito della musica giapponese che conoscevo, ma piuttosto superficialmente: su tutti Les Rallizes Dénudés e Phew. Per le etichette, anche qui manco di metodo e ce ne sarebbero molte; non credo però che per i musicisti debbano essere un obiettivo quasi di status, ma piuttosto spazi sicuri di collaborazione.

TB. Un’altra delle qualità che riscontro nel disco è la sua ripetitività. Krautrock e psichedelia sono chiari ascendenti. Ma mi chiedo: nelle tue vene scorre del sangue dub o mi sbaglio? Vorrei evitare la solita domanda del cazzo sulle influenze, ma credo che sia giusto porla a chi potrebbe fornire degli spunti o dei nomi interessanti ai lettori. So che hai una dieta musicale di tutto rispetto. 

CQ. Mi piace molto certo dub, sì. Personalmente sono appassionato della sua forma giamaicana, soprattutto quando è ancora legata alla sua radice reggae, anche se ammetto di avere spesso un gusto un po’ vintage, ascoltando principalmente cose tra gli anni Settanta e Ottanta. La scoperta delle produzioni di Lee “Scratch” Perry nel periodo del Black Ark Studio è stata molto importante per i miei ascolti. Oltre alla Giamaica, amo le produzioni dub techno di Basic Channel / Rhythm & Sound. In generale trovo molto stimolante la sua influenza su generi diversi, penso a certo post punk inglese, a partire da cose come The Pop Group, This Heat ecc.

Anche se spesso, parlando di dub, se ne individua la particolarità in un certo utilizzo delle basse frequenze, ciò che credo mi interessi di più è l’approccio al live mixing che deriva da questo tipo di musica, l’utilizzo di effettistica direttamente in fase di registrazione, che in maniera piuttosto rozza e rudimentale forse, in qualche modo, ho riportato nel disco, che comunque farei piuttosto fatica a definire «dub», essendo privo di molti elementi tipici. Per questo va detto anche che si tratta di un’etichetta dalle forti connotazioni e conseguenze culturali, spesso e soprattutto in questi anni utilizzata con un po’ troppa leggerezza.

TB. Come paragoneresti l’esperienza di un musicista a Firenze e a Torino in termini di opportunità / luoghi d’aggregazione / ricettività del pubblico etc etc ? 

CQ. Torino, dove vivo, non se la passa male a livello di proposta musicale, ma se mancassero quelle persone che ho in mente adesso, tra organizzatori e frequentatori, non so cosa rimarrebbe. Firenze non la frequento assiduamente e mi è difficile rendermi davvero conto, è ovvio però riflettere sulle conseguenze di certe politiche delle quali sembra essere sempre più drammaticamente vittima e che rendono una certa proposta culturale un fatto ancora più complesso. Comunque, da musicista credo sia ancora presto per me potermi esprimere a riguardo, ho suonato e spero di risuonare a Torino e questo 20 febbraio suonerò a Firenze, al circolo Il Progresso, di questo sono molto contento.

 

Cosimo Querci live Venerdì 20 febbraio 2026 ore 21,30

Circolo Il Progresso – via Vittorio Emanuele II, 135 – Firenze Ingresso 10 euro con tessera Arci

Tommaso Bonaiuti è uno speaker radiofonico per Novaradio Città Futura e curatore di frame., contenitore radiofonico a cadenza mensile su Radio Alhara e Radio Raheem .

 

https://cosimoquerci.bandcamp.com/album/rimane https://soundcloud.com/framedot