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Contro la scuola neoliberale. Resistere alla mercificazione della scuola

di Anita Fallani

Intervista a Daniele Lo Vetere, insegnante e coautore della raccolta di saggi Contro la scuola neoliberale, pubblicata lo scorso 30 gennaio da nottetempo.

Dal 30 Gennaio è disponibile in libreria Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per i docenti edito da nottetempo. Il libro è un’opera collettiva che mette a sistema i pensieri sviluppati all’interno dell’esperienza di ‘Consigli di classe’, un gruppo informale di docenti, professori e professoresse universitarie che negli anni ha raccontato, analizzato e criticato la trasformazione della scuola pubblica italiana sul blog Le parole e le cose. Oggi, gli articoli sono diventati capitoli che, uniti, hanno dato vita a un volume che aggrega le voci di chi ogni giorno attraversa lo spazio della scuola e ne osserva le sue storture. In occasione dell’uscita del libro curato da Mimmo Cangiano abbiamo intervistato uno dei coautori, Daniele Lo Vetere.

Vi dichiarate contro la scuola neoliberale. Ma quale sarebbe in Italia la scuola neoliberale, esattamente?

«È l’esito delle trasformazioni economiche e politiche che hanno investito la società dalla fine degli anni ’80 in poi, da quando la Tatcher e Reagan hanno stravolto il mondo occidentale, le sue priorità e i suoi valori. Quando qualcosa succede nella società si riversa subito nello scuola perché è il primo spazio a rappresentare con lucida attinenza quello che cambia nella comunità che abitiamo. Da qualche decennio c’è una vera e propria ossessione per il capitale umano. Oggi gli studenti e le studentesse non vengono formati per essere cittadini e cittadine ma per avere le competenze necessarie per reggere la competizione. È l’idea del ‘build-up’ che tanto viene ripetuta oggi nelle aule: preparare i ragazzi al mercato del lavoro, fare ponte tra scuola e impresa. Insomma, la scuola neoliberale è quella in cui si è perso il valore della gratuità della formazione. Quella scuola in cui c’è un sano disinteresse per l’utilità di quello che impari. E per noi, di quello che insegni».

Questo fenomeno inizia più di 30 anni fa, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Ha senso pubblicare un libro del genere oggi, nel 2026? Non è un po’ tardi?

«La consapevolezza purtroppo è spesso retrospettiva. Quando i processi accadono non li cogli immediatamente, sopratutto se ci sei dentro. Quando poi, invece, si sedimentano, diventano sistema e allora riesci a vederli nella loro logica di fondo. Insomma, negli anni ’90 non riuscivamo a distinguere i contorni di questo fenomeno o, almeno, non come siamo capaci di farlo oggi. Credo che la critica arrivi sempre dopo perché deve avere il tempo per capire. C’è stato anche un altro aspetto che ha contribuito a ritardare il dibattito sulla scuola neoliberale. Molti, semplicemente, ne sono rimasti infatuati. Vorrei poi aggiungere una cosa: come spiega molto bene Mimmo Cangiano nell’introduzione del libro, la scuola è diventato lo spazio delle guerre culturali. In pratica, i problemi della scuola vengono ridotti sia a destra che a sinistra a questioni educative. Si pensa che i problemi della scuola si possano cambiare cambiando l’approccio dei docenti, i loro pensieri, i metodi educativi che attuano. La verità è che da più di 30 anni la scuola è stata inquinata dalle logiche di mercato, i docenti hanno pochissima autonomia, il sapere disciplinare è marginalizzato, il lavoro è pieno di burocrazia. Così la scuola si è mercificata. Ripartiamo da questa consapevolezza».

A chi si rivolge questo libro? Che dibattito vorreste promuovere?

«La scuola è uno spazio che intercetta tutta la comunità. C’è il corpo docente, ci sono gli studenti e le studentesse, le collaboratrici scolastiche, i genitori. A scuola ci siamo andati tutti ed è a tutti che questo libro si rivolge. Come spiegavo prima, il dibattito sulla scuola si è davvero incancrenito su questa polarizzazione che vede, da una parte, un atteggiamento pedagogico progressista (sostenuto dalla sinistra) e, dall’altra, un atteggiamento reazionario tipico delle retoriche di Valditara (sostenuto dalla destra). Ecco noi vorremo proprio sottrarci a questa dicotomia, è una trappola binaria. Vorremo divulgare un modo diverso di guardare alla scuola, un modo che rinuncia al moralismo per abbracciare questioni materiali e politiche. Lo so, è un progetto ambizioso ma davvero necessario».

Intercettare una rosa così vasta di persone non è facile, sopratutto se non sono già sensibili alla materia e al lessico politico che usate. Qual è un esempio che porterete nelle vostre presentazioni che bene rappresenta la deriva neoliberale della scuola italiana e che, chiunque frequenti lo spazio, lo riconosce come un problema urgente di cui discutere?

«Il saggio parte con alcuni capitoli di inquadramento storico e filosofico-pedagogico. Servono a dare dei punti di riferimento per avere un contesto condiviso per affrontare i problemi di oggi. Poi però affrontiamo questioni molto molto pratiche come la questione della valutazione. La collega Rossella Latempa ha scritto un capitolo del libro dedicato proprio a questo aspetto: la standardizzazione del voto di valutazione. Ecco, noi speriamo che chi magari può rimanere un po’ spiazzato dai discorsi troppo storici-filosofici, chi magari li avverte come lontani e astratti possa invece sentirsi incluso da questo genere di questioni. Tutti sono invitati a parlarne, magari riusciremo ad organizzare una presentazione anche a Firenze. Perché no!».

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