Site icon Lungarno

Crescere attraverso la siccità: una chiacchierata con RBSN

di Lorenzo Hofstetter

 

RBSN (al secolo Alessandro Rebesani) appartiene a quella generazione di musicisti italiani che costruiscono la propria identità guardando oltre i confini, intrecciando nu‑soul, elettronica, jazz contemporaneo e songwriting introspettivo. Here, il suo nuovo lavoro pubblicato da ODD Clique alla fine del 2025, è il punto d’incontro di queste traiettorie: un disco stratificato, intimo, che dialoga con le scene anglosassoni senza perdere una voce personale e riconoscibile. In vista del concerto al Glue di Firenze – in programma per la serata del 31 gennaio – lo abbiamo incontrato per esplorare le radici e le direzioni di questa ricerca sonora.

Il tuo nuovo lavoro sembra proseguire il percorso iniziato con Stranger Days (Ropeadope, 2022), ma spingendolo verso un territorio più denso, più nu‑soul, più oscuro e allo stesso tempo sorprendentemente luminoso nel finale. Se dovessi raccontare Here in poche parole — emotivamente e musicalmente — come lo definiresti?

In poche parole, direi che Here è soprattutto un percorso. Mi piace pensarlo come una mappa del tesoro: hai un punto di partenza, sai che da qualche parte c’è una X, ma non conosci esattamente la sua posizione. E così il disco diventa un racconto che, man mano che lo ascolti — o lo “osservi”, per così dire — rivela la sua struttura. Ne parlavo proprio con un amico che mi ha detto di averlo dovuto ascoltare più volte: sia perché lo trovava molto armonioso, sia perché ogni volta scopriva qualcosa di nuovo. Per questo direi che le parole chiave sono viaggio, mappa e centro. “Centro” perché con un disco come questo mi sono molto ricentrato. Anche la divisione tra lato A e lato B riflette questo movimento: nel lato A ci sono brani più brevi, quasi dei singoli; nel lato B invece c’è più spazio per sperimentare, allargare, ampliare. È un equilibrio che mi piace molto.

Nel tuo sound si percepisce una forte attenzione al mondo anglosassone, in particolare alla scena britannica. Si riconosce, per esempio, un debito con certi dischi di Paolo Nutini, o la produzione di Thom Yorke con gli Smile. Quanto ha inciso la tua esperienza all’estero nella costruzione della tua identità musicale?

Se sei affascinato da un certo linguaggio, credo sia naturale andare nei luoghi in cui quel linguaggio è nato. Per me l’inglese è stata la prima lingua che ho imparato; quindi, sono cresciuto con una familiarità spontanea sia nel parlarlo sia nello scriverlo. La mia formazione all’estero mi ha dato un vantaggio — o meglio, mi ha messo sullo stesso piano degli altri. Quando suono in Francia o in Inghilterra, non sono “l’italiano che imita l’inglese”: sono uno che l’inglese lo parla davvero, e questo cambia completamente la dinamica tra chi sta sul palco e il pubblico. Fuori dall’Italia c’è un modo diverso di ascoltare, di accogliere la musica, di assorbirla. E poi, tra Londra, Boston e gli altri posti in cui ho vissuto, ho avuto un imprinting molto forte con il jazz: lì mi si sono spalancate le “porte della percezione”. A 17 anni suonavo in un ensemble che faceva solo brani Motown con un ragazzo più grande di me, e per la prima volta ho suonato con musicisti di chiesa. È stato un imprinting non solo tecnico, ma emotivo: mi ha fatto dire “ok, questo linguaggio lo devo indagare”. Da lì sono arrivati lo spiritual, la Motown, il gospel e tutto quel mondo.

Le influenze che citi ci stanno. Paolo Nutini fa parte della mia infanzia musicale, quindi evidentemente ha lasciato un segno se a trent’anni è ancora lì. E i suoni di batteria del disco sono molto ispirati agli Smile: li ho ascoltati tanto e me lo dicono spesso; quindi, ho iniziato a farci caso anch’io. Poi c’è Jeff Buckley: l’ho ascoltato moltissimo e in questo disco ho strizzato un po’ l’occhio a tutte le persone che negli anni mi hanno detto che gli ricordavo lui. Ho pensato: “magari”. E infine c’è un alchimista sonoro che per me è un’ispirazione totale: Nick Hakim, un ragazzo di Washington trapiantato a Brooklyn. È molto dark, ma negli ultimi anni è sicuramente la mia influenza principale.

Guardando al panorama italiano, spesso poco permeabile a certe sonorità, pensi che oggi ci sia spazio per una musica come la tua? E se sì, dove lo vedi nascere o crescere?

Qualche tempo fa ti avrei detto di sì, ma oggi non ne sono più così convinto. Non credo ci sia molto spazio per “artigiani” come me. E, a dirla tutta, non mi interessa nemmeno più chiedermi se spazio ce n’è o no: chi c’è, c’è; chi non c’è, forse dovrebbe esserci. Mi sembra che in Italia la wave musicale si stia spostando verso qualcosa di più “rappresentativo” e anche più “didascalico”, per così dire: gli italiani che fanno musica italiana, con i tamburelli, le radici, il Sud, il Nord… C’è una quantità enorme di musiche nuove che hanno una matrice folkloristica fortissima, ed è bellissimo, perché anche molte delle cose che piacciono a me hanno quel tratto. Io però non sono un mediatore culturale tra il luogo in cui vivo e la realtà che tocco quando suono. Sono dieci anni che suono la mia musica, la porto in giro, faccio dischi, li stampo, li metto su vinile, li vendo, frequento l’ambiente musicale. Grazie a Dio ho toccato cose molto interessanti e mi sono tolto qualche soddisfazione. Però la musica di nicchia non interessa ai molti. C’è una nicchia, quella dei giovanissimi, che spinge tantissimo; la mia musica invece è un po’ più seriosa, e credo che servirà ancora tempo per creare uno spazio in cui possa essere davvero rappresentata. Per ora, mi sento più a casa all’estero.

Quando ascolto artisti italiani che scelgono l’inglese, mi interessa sempre capire cosa muove quella scelta. In The Bear canti “I think my stutter makes my thoughts overlong”, una frase che colpisce per vulnerabilità e precisione emotiva. Che rapporto hai con la lingua in cui scrivi e canti? Cosa ti permette di esprimere che l’italiano non ti darebbe?

L’inglese ha un ermetismo e una rapidità che l’italiano non ha: con tre parole dici quello che in italiano ne richiederebbe dieci. E poi, come dicevo, è stata la prima lingua nella mia mente, quindi non è una macchietta, non è un personaggio che interpreto. È semplicemente l’unico modo in cui so scrivere. Ho provato ad avvicinarmi all’italiano, e magari posso essere d’aiuto a un musicista che sta lavorando a un brano in italiano — lì mi concentro più sulla forma-canzone che sulle parole. Però io sono proprio innamorato dell’inglese: è la lingua che acuisce la parte di me che si occupa di arte, di parole, di immaginario. Mi fa gioco. Anche nel quotidiano ragiono spesso in inglese: la mia compagna parla principalmente inglese, ed è diventata la lingua del mio subconscio. Per questo riesco a scrivere in modo molto più efficace ciò che sento e il messaggio universale che voglio trasmettere con la musica. Per esempio, The Bear l’ho scritta in venti minuti: era una fissa, le volevo molto bene. Subito dopo ho scritto Things She Likes, che è un brano più morbido, nella seconda metà del disco. E lì dico la cosa più bella che io abbia mai pensato — più che scritto: the soul expanding your brain. L’idea che certe esperienze, che sia l’arte, una relazione, una perdita, un innamoramento, ti appesantiscano l’anima ma allo stesso tempo facciano crescere il tuo cervello in capacità, o almeno in spazio. È la cosa più bella che abbia mai scritto, ed è talmente distaccata da me, dalla mia personalità inglese, che sembra quasi non l’abbia scritta io. Ma l’ho scritta io.

Chi ti influenza al momento, liricamente parlando?

Direi che Bob Dylan è fondamentale. E mentre scrivevo Here ascoltavo moltissimo Dijon — la verbosità di The Bear viene proprio da lì, ero fissato con lui. In questo periodo ascolto anche molto jazz e diversi personaggi particolari degli anni Settanta, come Arthur Brown, interprete di questo psychedelic rock un po’ folle. Però sì, il mio preferito, oggi, rimane Bob Dylan.

Dentro Here emergono temi profondi: il distacco, l’amicizia, la ricerca di un luogo, di un senso, di un equilibrio. In The Drought scrivi che “si cresce attraverso la siccità”. Quanto c’è del tuo percorso personale in questo disco e come si è trasformato durante la sua scrittura?

Here è, in un certo senso, un diario del diario: è il modo in cui sono riuscito a metabolizzare tutto quello che mi è successo negli ultimi anni. Per questo lo considero un piccolo scrigno, quasi un talismano portafortuna. Penso spesso che quando inizi a scrivere un brano ma non riesci a finirlo, è perché ti manca ancora un pezzo di vita, un’esperienza che deve arrivare per completare quella storia. Con questo disco è stato esattamente così. Anche quando avevamo già dei brani pronti ma ci trovavamo in una fase di stallo, l’universo mi mandava delle cose difficili da gestire, che però alla fine mi hanno formato. 

Gli arrangiamenti colpiscono per la loro cura quasi artigianale: c’è un gusto vintage che riverbera gli anni ’70, una fisicità del suono che oggi si sente sempre meno. Com’è stato lavorare alla costruzione sonora di Here e che tipo di approccio avete scelto in studio?

Hai fatto bene a menzionare gli anni ’70, perché l’approccio è stato proprio quello: molto ’70s nell’iconografia e nel metodo. Lo studio con il banco, il vetro, noi dietro… e poi il modo di lavorare tipico dell’epoca: una take buona, suonata live, che cattura la forma del brano, e poi gli overdub — la voce, qualche parte di archi qua e là. L’approccio è stato davvero “full-analog-1972”. Abbiamo usato una strumentazione abbastanza normale, con qualche trick di fase, un po’ di chorus, un piano a coda suonato direttamente sulle corde con le mani… ma in generale tutto molto vintage. L’ultimo bounce è stato sommato su nastro e poi via: stampato su vinile. Una cosa bella che posso dirti è che le voci sono state trattate in modo un po’ diverso dal solito. Le abbiamo registrate con un Coles, un microfono a nastro che normalmente si usa per altri strumenti, come le batterie. Invece, su molti brani, visto che serviva una certa morbidezza, ho cantato proprio dentro un Coles.

Il pezzo conclusivo, Beautiful Unknown, è uno di quelli che mi ha colpito maggiormente, lasciando presagire la chiusura di un cerchio in vista di un futuro pieno di potenzialità. Cosa possiamo aspettarci, sabato 31 gennaio, al Glue di Firenze?

Quello che ho in testa è di dare un po’ più vita a questi brani, che sono già vivi ma molto brevi. Mi piacerebbe che ci divertissimo tutti — sul palco e fuori — a “sbobinare” un po’ le canzoni del disco: suonarle di più, dare loro più spazio. Ci sarà anche qualche cambio di strumenti qua e là… ma niente anticipazioni, niente spoiler.

 

A questo punto, ci vedremo con RBSN di persona, sabato 31 gennaio, al Glue di Firenze. Così da apprezzare Here anche dal vivo.

RBSN live
Glue Alternative Concept Space
Sabato 31 gennaio, apertura porte: 22:00
Ingresso con tessera soci 25/26 > tesseramento.gluefirenze.com

 

 

 

Exit mobile version