Storie

Si può uscire senza bere? Come l’alcool plasma le nostre relazioni sociali

By Redazione Lungarno

November 28, 2025

di Anita Fallani

 

La nostra socialità è plasmata dagli alcolici. Li assumiamo in maniera consapevole? Sappiamo quali sono i rischi per la nostra salute? Possiamo concepire delle uscite senza alcol?

‘Birretta?’.’Yep, dopo le 10.00 però’.‘Ok, ti aspetto in Santo sui gradoni’.’Daje’

Con qualche variante sintattica, queste 4 battute rappresentano in maniera abbastanza fedele il modo in cui ognuno di noi organizza un’uscita tipo con un* amic*. Il soggetto cardine attorno a cui si sviluppano la socialità, la confidenza e il divertimento è la birretta o in alternativa qualsiasi altro alcolico che sta nell’unità di misura principe dei nostri incontri: il bicchiere. 

La sua circolarità contiene al contempo forze centripete e centrifughe: tutto si muove attorno al bicchiere, niente potrebbe accadere senza il contenuto di quel bicchiere. L’alcol è spesso un pretesto imprescindibile per muovere le persone e favorire gli incontri: come il tasto di accensione dei vecchi monitor, risveglia le energie intrecciate di una rete di conoscenze. Pulsa, irradia, avvia, stimola. L’alcol è un collante sociale potentissimo nella nostra vita relazionale e per capire il ruolo aggregativo che ha nel nostro tempo libero, basta fare un semplice esercizio mnemonico: quand’è l’ultima volta che siete usciti fuori la sera e non avete bevuto? Riuscireste a mobilitare un gruppo di amic* con un invito che non contempla la presenza dell’alcol? Vi è mai capitato in un sabato sera di dire: no, io stasera non prendo niente? 

Quando qualche amica l’ha fatto con me, ha rifiutato un bicchiere di vino o ha preferito una bevanda analcolica, mi sono sentita come se avesse rotto un patto taciuto che non ha mai sottoscritto ma che, credevo, avesse firmato nel momento in cui aveva accettato di uscire con me. Senza l’alcol, la nostra uscita non avrebbe avuto lo stesso ritmo. Lo sentivo: mancava qualcosa. Mancava l’alcol e io mi sentivo delusa dalla sua scelta di non berlo. Negli ultimi anni ho iniziato a conoscere questa sostanza, a porre attenzione ai suoi effetti sul mio corpo e sulla mia mente, a imparare che si tratta di una sostanza psicoattiva. Legale, ma pur sempre una droga. 

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul Cancro inserisce l’alcol nella categoria 1 delle sostanze cancerogene, la stessa in cui trovano anche l’amianto, il tabacco e le radiazioni. Non solo: l’OMS ripete da anni che non esiste una quantità di alcol ‘sicura’ che non abbia effetti sulla salute. Insomma, non importa quanto bevi, il rischio inizia dalla prima goccia di alcol che ingerisci. Ora l’alcol (e nello specifico il vino) nelle passate generazioni era considerato un alimento al pari del pane e dei legumi, una bevanda che doveva contribuire all’apporto calorico in un periodo di generalizzata penuria. È da qui che, probabilmente, arriva l’abitudine a concepire l’alcol come una bevanda tutta sommato innocua se bevuta con criterio. Da qui, forse, nasce anche la nostra estraneità quando qualcuno rifiuta un calice. Nei confronti delle sostanze si tende ad assumere sempre un atteggiamento manicheo (sono stupende, fanno malissimo) e lo stesso rischiamo di fare anche nei confronti dell’alcol nel momento in cui la riconosciamo come tale. 

La verità è che dovremmo semplicemente imparare a essere consapevoli e a non giudicare chi al suo posto preferisce altro. Viviamo in una città in cui, secondo una ricerca di due anni fa del Corriere Fiorentino, ci sono circa 2.000 locali solo nel centro storico che possono somministrare alcolici. Se comparata al numero di residenti dentro le mura, ce n’è uno ogni 18 abitanti. L’alcol disegna i nostri spazi e credo sia sano chiedersi: cosa cambierebbe se l’aggregazione urbana e la nostra socialità orbitassero meno attorno a un esercizio commerciale che ci versa un bicchiere?