Storie

Michelangelo e l’inettitudine

By Selene Mattei

January 09, 2019

I nomi sono monogami e si lasciano possedere soltanto una volta. Se un nome è già stato grande, allora sarebbe meglio non ripeterlo e non chiamare più niente e nessuno in quel modo, perché ad averlo sarebbe soltanto un surrogato, un uomo tradito, un miserabile costretto a specchiarsi in qualcuno che non può essere eguagliato.

Mia madre non la pensava così e un giorno mi confessò che se fossi nata maschio, di certo mi sarei chiamata Michelangelo. Secondo lei era vero il contrario: se un nome gode di una grande storia è giusto metterselo addosso per incarnare ancora chi lo ha reso grande, per nascere con una certa spinta magica.

Non so bene cosa intendesse, in realtà credo ancora oggi che le piacesse semplicemente esagerare e infatti, quando nacqui femmina, decise di chiamarmi Selene, come una divinità, giusto per mettermi ansia sin da subito. Devo dire che per lo meno ebbe l’avvedutezza di darmi un nome antico con un significato che nessuno riconosce più e per questo, oggi, mi avvalgo della facoltà di non sentirmi responsabile né della mia felicità, né della mia colazione.

Ma se fossi nata maschio, se fossi nata maschio allora il mio nome sarebbe stato Michelangelo e a Firenze tutti mi avrebbero deriso o peggio, si sarebbero aspettati da me qualcosa di eccezionale, qualcosa che non avrei mai potuto compiere perché, come ho già detto, i nomi sono irripetibili.

In realtà, accadde qualcosa di simile a Michelangelo quando ancora doveva diventare Michelangelo. Al tempo, Papa Giulio II lo incaricò di dipingere la volta della Cappella Sistina e se lo scultore avesse rifiutato, sarebbe stato di conseguenza condannato ad interrompere i rapporti con il committente più ricco e importante a cui potesse ambire.

Michelangelo fu costretto ad accettare, seppur controvoglia. L’idea di fallire lo tormentava, egli riconosceva di non aver alcuna confidenza con la pittura e tutto quello che continuava a ripetersi era soltanto: “Non so fare, non so fare, non so fare, io non sono un pittore!”.

I lavori durarono 4 anni e gli inizi non furono dei più promettenti proprio perché il famoso scultore non aveva mai sperimentato l’arte dell’affresco e la difficoltà era doppia se si pensa alla superficie tondeggiante sulla quale fu costretto a mettere mano.

Michelangelo è quindi anche protagonista di una versione della storia dove domina l’imbarazzo del compromesso, l’inettitudine, la paura di fallire, il terrore di non poter gestire le proprie responsabilità. A ripensarci, presa in questi termini, avrei potuto sopportare l’idea di avere qualcosa in comune con lui, oltre al nostro nome.