Storie

C’era una volta il Panneggio

By Giacomo Alberto Vieri

January 03, 2019

Ultimamente penso spesso a quanto la comunicazione ci smostri. Senza cadere nel rimpianto passatista, “si stava meglio quando c’erano le cabine della Sip”, è pur vero che la mandria di sciroccati che sembriamo tutti quanti, quando camminiamo con queste ciabatte elettroniche attaccate alla bocca, a mandare messaggi vocali in fila al supermercato, alla posta, fermi ad un semaforo, boh, ecco secondo me siamo parecchio bruttini.

Ché se la conversazione telefonica ancora ancora ci rendeva automi ma un poco più fluidi nei movimenti, la storia del braccio anchilosato e questi sassi sempre più grossi, colorati, appesi a fili e cuffie, che teniamo penzoloni vicini alle labbra, mah. Non saprei.

Ci pensavo pure l’altro giorno, mentre facevo un paio di ricerche sul panneggio, una forma di comunicazione che al carcere di Sollicciano conoscono bene, soprattutto nella sezione femminile.

Che quando si è costretti al silenzio aumenti la necessità di raccontarsi forse bastava Silvio Pellico a ricordarcelo, eppure proprio nella struttura detentiva, la cui pianta è ispirata al giglio, nel tempo si è andato codificando, dietro a stracci sventolati senza apparente significato, un vero e proprio alfabeto emotivo, una storia lunga, un poco sdrucita forse, che parla di urgenze, avvisi, ma anche di amore, come quando un paio di anni fa Mara e Salvatore si sono scambiati un reciproco , dopo aver parlato per mesi attraverso un linguaggio fatto di mosse, colori, posizioni.

Giuseppe Matulli, da pochi mesi Presidente dell’Associazione Pantagruel per i diritti dei detenuti, che conta ad oggi circa una trentina di volontari attivi, al telefono racconta in maniera appassionata dell’affascinante pratica del panneggio, resa possibile, a Sollicciano, dalla peculiare struttura dell’edificio, equivalente a distanza dei primigeni colpi sul muro, metafora dell’essere ora e qui, mai accanto, ma sempre Qui.

Il Panneggio, come fu chiamato anche il giornale della sezione femminile del carcere, uscito nel 2007 in un unico numero finanziato da vari assessorati cittadini e che avrebbe permesso, nel proseguo del tempo, di lasciar emergere quelle voci sommerse, quel mucchio di dolori e meraviglie che poi sono vite umane. Per quanto il progetto editoriale non abbia avuto seguito, fortunatamente Pantagruel, a cui l’iniziativa faceva capo, è ancora in buona salute: “Non siamo l’unico organo attivo sul fronte carcerario” – tiene a precisare Matulli– “anzi, fortunatamente lavoriamo in sinergia per costruire una rete solidale che dia ai detenuti quel range di tutele e aiuti che ancora fatica moltissimo a trovare una stabilità funzionale nel nostro paese”. Per il carcere, insomma, si potrebbe fare qualcosa di più, ripensarlo con modalità e iniziative differenti.

Pantagruel, il cui obiettivo fondante resta assicurare ai reclusi un sereno collegamento con l’esterno che eviti l’effetto “porta-girevole”, ha un notevole programma di attività in essere: dalla raccolta di indumenti vari, alla gestione dei francobolli e dei cinque euro di credito telefonico, dalla fornitura di occhiali (uno dei primi sintomi legati alla reclusione è proprio la perdita della vista) ai due progetti specifici per la sezione femminile, “La poesia delle bambole”, una scuola-laboratorio di cucito che realizza bambole e manufatti di stoffa, e “Le asine”, un percorso di cura e accudimento, da parte di alcune detenute e col monitoraggio di collaboratori esterni, di due asinelle presenti in un apposito spazio-verde recintato.

E poi ci sono le poesie, i racconti, il teatro, quelle forme di espressioni del proprio corpo e dei pensieri che non hanno sbarre, né ideali né fisiche.

Quelle priorità intime che, col panneggio o no, riescono comunque a comportarsi in maniera insubordinata e venire a galla.

Noi continuiamo pure ad ignorarle, mentre parliamo coi nostri sassi colorati e tecnologici appesi alle labbra, fatto sta che gli stracci sbiaditi che fluttuano nell’aria felpata di Sollicciano, sono una cosa bellissima.