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“Tutto quello che è un uomo” e la libreria “Todo Modo”

Quando penso a Todo Modo, la mia mente richiama alla memoria un termine abbastanza desueto che è serendipità. Collego questo concetto alla libreria di via dei Fossi per un semplice motivo: ho trovato casualmente in quell’ambiente fatto di libri, vino, film e parquet un pezzo di me, come se un mio dito o un pezzo d’orecchio fossero rimasti incastonati nelle pareti in costruzione. E il bello è che ognuno può sperimentare questa sensazione.

La libreria Todo Modo è quel posto che tutti conoscono, che tutti allo stesso tempo amano e odiano e che tutti vorrebbero fosse parte della propria eredità, intellettuale e fisica. Le varie attività che la libreria propone nell’arco dell’anno l’hanno resa un punto di incontro quasi fisso per chi, passando da quelle strade o andandoci apposta, trova, tra i tavoli dell’Uqbar o gli scaloni della sala più grande, un posto della propria forma.

Pietro mi ha assistito nella scelta del titolo del romanzo di cui scriverò, ed è stato il primo che mi ha confessato l’enorme difficoltà di cui, ingenuamente, non ho tenuto conto quando ho cominciato questa rubrica: infatti scegliere un solo titolo da consigliare, quasi di getto, senza conoscere minimamente chi si ha davanti, è paragonabile a una tortura.

E inoltre devo ringraziarlo, perché mi ha consigliato un libro che è entrato con facilità nella mia lista personale. “Tutto quello che è un uomo” di David Szalay è un romanzo dal contenuto talmente semplice da essere disarmante. Una sola storia, la storia di un unico uomo, frammentata in racconti diversi e personalità diverse, che risulta essere in realtà la vita di ogni uomo su questa terra.

Si riesce dai dettagli, dal più piccolo particolare, dalla scansione delle età (dall’adolescenza alla vecchiaia), a stilare un unico flusso che ci riguarda in prima persona, nella totalità dell’essere. Chiunque può ritrovarsi nelle sue parole e trovare la spiegazione a quasi tutti i propri interrogativi semplicemente leggendolo tutto in un fiato e placare il proprio cuore.

Ho cominciato questo libro una volta partito da Roma per Santiago del Cile e la storia dei protagonisti mi ha accompagnato per tredici ore consecutive intervallata da varie dormite deliranti per il jetlag. Sono atterrato cambiato perché le parole di Szalay arrivano direttamente al cervello senza la possibilità di inibirsi e con la consapevolezza di voler davvero vedere come tutto questo va a finire. È raro trovare una storia che coinvolga per ogni singola virgola scritta ed è ancora più raro che un concetto come quello della serendipità si rifletta non solo su uno ma ben due elementi tra loro strettamente collegati.

 

foto: thecatcher.it

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