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“Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson

Creatura complicata, l’ultima fatica del regista statunitense, come del resto l’intera sua opera: elegante, accattivante e allo stesso tempo di non facile impatto; come è tutto ciò che rimane impresso. Se cercate emozioni potenti in stile “La forma dell’acqua”, l’asso pigliatutto dell’ultimo Premio Oscar, che ha lasciato a “Phantom Thread” (questo il titolo originale) solo un meritato, quanto sicuramente meno ambito, premio per i costumi, siete entrati nella sala sbagliata.

“Il filo nascosto” è la storia d’amore tra Reynolds Woodcock, un glaciale e per questo perfetto Daniel Day-Lewis, rinomato stilista britannico amante della vita monastica che disegna abiti anche mentre sorseggia il primo caffè mattutino, poco incline alle relazioni durature e Alma, giovane cameriera folgorata dal magnetismo di quest’uomo, vittima della sua arte, che è totalizzante e non lascia spazio alla quotidianità.

Alma però non è una donna che si lascia sopraffare nel nome di un bene superiore e dopo esser divenuta prima sua musa, poi sua mannequin e infine sua moglie, farà di tutto per assecondare la propria ossessione verso Reynolds. Sì perché è l’ossessione verso l’altro il trait d’union, il filo nascosto tra i due protagonisti.

Un sentimento che cresce impercettibilmente inquadratura dopo inquadratura che necessita della complicità di entrambi per compiere il suo fine ultimo. Paul Thomas Anderson mette in scena un dramma dosato fino all’ultima goccia nel pathos e nel ritmo, sempre costante, in un’opera che è sartoriale nella concezione, disegnata appositamente per vestire alla perfezione un talento immenso come Daniel Day-Lewis alla sua – a suo dire – ultima e tormentata performance (noi speriamo di no!).

Non ne uscirete da subito folgorati ma continuerete a rifletterci, vi rimarrà dentro come qualcosa di prezioso che solo voi sapete di avere, proprio come i segreti che Reynolds fin da piccolo nascondeva nelle fodere dei suoi stupendi abiti.

 

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