Eventi

Le vacanze di Natale di un fuorisede

By Valentina Messina

December 13, 2016

“Quando vai al Sud piangi tre volte.  Quando arrivi, quando parti e quando ti pesi”

Non importa quanti anni abbiate o quanto indipendenti vi sentiate. Che siate studenti, business manager, spazzacamini o fashion event organizer, non importa. Se il vostro cognome non finisce in -ini, tutto fa presumere che abbiate origini meridionali. E quindi siete terroni. E anche i terroni hanno diritto alle vacanze di Natale.

Mentre Firenze si prepara ai giorni di festa con lucine a intermittenza che si protendono da ogni attività commerciale; mentre le giornate ti prendono in giro perché entri in ufficio col giorno ed esci che sembra notte e invece sono solo le 5; mentre i bambini scrivono letterine a Babbo Natale (più per farli abituare a illudersi che per ricevere veri e propri regali), ecco io, non sto esattamente facendo il conto alla rovescia cantando “Astro del ciel”. Pianificare le vacanze di Natale con largo anticipo, che a molti potrebbe sembrare una scelta affrettata, è per alcuni miei conterranei regolare sopravvivenza. E con largo intendo iniziare da fine agosto, primi di settembre. Non facendo parte della categoria degli arguti che acquistano prima e con molta self-confidence, prendo il biglietto più caro della storia per trattenermi pochissimi giorni in compagnia dei miei parenti. Poi però, metto da parte i cattivi pensieri come prendere le ferie, la noia del viaggio, quanti chili prenderò durante il periodo di festa e mi concentro solo sulle cose belle che troverò al mio rientro in patria.

“Ciao Bionda!” – mio nonno che mi saluta e che mi trova bella nonostante io ingrassi perché quando c’era la guerra erano tutti magri e brutti; zia Maria (tutti al Sud hanno una zia Maria) che prepara dolci di incalcolabili proprietà caloriche; il mio cane che mi fa le feste; le tombolate con amici e parenti dove copri le cartelle con le bucce dei mandarini perché siamo decisamente tanti; i tentativi inefficaci di mia nonna di insegnarmi a giocare a scala 40; papà (e non babbo, attenzione!) che porta la legna in casa, il sorriso di mamma che è felice come solo una Penelope al rientro di Ulisse potrebbe essere, l’odore di agrumi bruciati sui fornelli, un pizzico di cannella nell’aria, le luci kitsch comprate dai cinesi – perché in fondo siamo sempre terroni – e ultimo ma non meno importante il calore dello scaldaletto. Ed è bello, ed è casa.