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cinemine | All’arena estiva si va perché d’estate non c’è altro da fare

Arene estive a Firenze

All’arena estiva si va perché d’estate non c’è molto altro da fare. Perché è luglio e fa caldo. Perché il bar all’ingresso vende i ghiaccioli a meno di un euro, il che è encomiabile visto che potrebbe farli a molto di più e la gente li comprerebbe lo stesso.

All’arena estiva si va perché mettono in programmazione quel film che volevamo tanto vedere l’inverno scorso ma poi ce lo siamo persi. E chissà perché, visto che volevamo vederlo così tanto, non siamo riusciti a trovare nemmeno un giorno buono per andare al cinema. Forse pioveva. Forse tornavamo sempre a casa stanchi la sera. Forse non lo volevamo vedere poi così tanto. Forse, una volta di fronte alla cassiera, abbiamo preferito scegliere quella commedia di cui non ci fregava niente, ma almeno siamo andati a letto tranquilli.

All’arena estiva ci si va perché dopo, quando si esce, lungo il viale disertato dalle automobili c’è chi ha disposto sedie di plastica con su scritto “Peroni” e sta lì a mangiare fette di cocomero facendo la spola su e giù dal bar più vicino. Le cicale sono sugli alberi mentre l’asfalto, nero e morbido, si raffredda al vento.

All’arena estiva ci si va perché si possono fumare le sigarette mentre si guarda il film, condire classici in ennesima visione o sparatutto a prezzo ridotto con copiosi ricami di tabacco allo stato gassoso, che si distendono sulla platea come leggerissimi centrini. Per quanto riguarda me, la faccenda delle sigarette è proprio il motivo principale per cui vado all’arena estiva, e mi ci vorrei dilungare un attimo, perché in realtà è più complessa di quello che sembra.

Infatti, non è che all’arena estiva si possa proprio fumare davvero. Ci si può provare, questo si, sperando che la coppia di anziani seduta dietro non si lamenti che per colpa del fumo non ci vede bene, o che forse è il film che non si vede bene e che comunque, un tempo, pure loro ci vedevano meglio. Nello sfortunato caso in cui questa contingenza dovesse verificarsi – gli anziani che si innervosiscono, i bisbigli espettorati al volume migliore per essere perfettamente udibili da tutti – ecco allora che, liberata di colpo da ogni inibizione, l’intera fila inizierà a rumoreggiare, chi per solidarietà con il fumatore, chi con la fazione anti fumo, e chi già si stava facendo i fatti propri semplicemente alzerà la voce, che tanto lo fanno tutti. Da lì all’arrivo del guardiano che te la fa spegnere facendoti pure sentire in colpa è un attimo, e quindi forse non vale nemmeno la pena tirarla fuori, quella sigaretta.

Allora rimaniamo così, in bilico tra il fare e il non fare, e al film non ci pensiamo nemmeno più, in questo limbo di indecisione dove il tempo scorre anarchico. Poi, d’improvviso, ecco i titoli di coda, e ora si, ora si che si può fumare in pace. Ma importa davvero?

Che alla fine non è tanto farle, le cose, ma raccontarsi di poterle fare. Mentre intorno è luglio, fa caldo, e il ghiacciolo a meno di un euro mi si sta appiccicando sulle dita.

 

 

 

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