Cinema

Speciale Dolan | Les amours imaginaires

By Alessia Ronge

January 25, 2016

Les amours imaginaires, conosciuto anche con il titolo inglese Heartbeats, è la seconda opera del regista canadese Xavier Dolan.

Il film presentato in concorso al festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard del 2010, racconta una storia molto semplice: un triangolo amoroso. Marie (Monia Chokri) e Francis (lo stesso Dolan) sono amici di lunga data e il caso vuole che si innamorino dello stesso ragazzo Nicolas (Niels Schneider). Quest’ultimo è il classico volto angelico che pare quasi l’efebo Gitone uscito direttamente dal film Satyricon di Fellini con tanto di boccoli d’oro diventando un vero e proprio oggetto del desiderio da parte dei due ragazzi. Il film basato interamente su questa lotta amorosa (che alla fine si rivelerà un vero e proprio “buco nell’acqua”), è intervallato da alcune interviste a varie persone “reali” che parlano dei loro amori immaginari.

Ebbene sì, “amori immaginari” (del resto è anche il titolo del film); la pellicola ruota intorno, o almeno dovrebbe, alle varie concezioni talvolta anche sbagliate sull’amore, ma che alla fine, a detta del regista, “l’importante è aver amato”. Tantissime le citazioni, forse anche troppe, da Truffaut a Godard per passare ai divi degli anni ’50 -’60 come James Dean e Audrey Hepburn fino ad arrivare all’uso dei rallenty in Wong Kar-wai che si fa immediatamente poetico. Ma non è finita qui: Dolan non si fa mancare niente.

Ecco quindi le sospensioni della narrazione a opera di dissolvenze in nero, l’uso dello zoom nelle interviste-documentaristiche, a una macchina da presa che si fa sentire, a una costruzione di inquadrature geometriche, a immagini che si fanno pensieri dei personaggi (Nicolas diventa anche il David di Michelangelo), all’uso dei colori primari nelle scene d’amore. Insomma, sicuramente, un’opera estetica e visiva, non all’altezza del primo lungometraggio J’ai tué ma mère, ma che alla fine funziona.

Sarà perché stiamo parlando dell’enfant prodige Dolan, sarà per l’uso sapiente della musica come “Bang Bang” di Dalida, sarà per l’ironia di cui il film è intriso, sarà per l’uso del rallenty che affascina e distrae lo spettatore crogiolandolo in un pout-pourri visivo che alla fine dei conti, ti fa alzare dalla sedia soddisfatto.