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cinemine | Sicario, una sera a casa di Denis Villeneuve

La casa di Denis Villeneuve me la immagino come i suoi film: dotata di spazi immensi, gelida e così eccessivamente pulita e ordinata da lasciar indovinare qualcosa di malvagio nascosto sotto le superfici tirate a lucido. Un edificio vagamente asettico dove ogni cosa ha la sua collocazione eppure tutto sembra perennemente fuori posto: i coltelli nel ceppo, gli asciugamani divisi per colore e dimensione, i libri posizionati sugli scaffali in un’armoniosa sistemazione per editore. A casa Villeneuve sta sempre per succedere qualcosa, o è appena successo, o succederà nell’attimo in cui sarai distratto, quando abbasserai la guardia o prima ancora che tu abbia avuto il tempo di alzarla. E quando sarà, sarà esplosivo, devastante, indimenticabile.

 

Ma andiamo con ordine. Il già due volte nominato Denis Villeneuve è un regista canadese – québécois per l’esattezza – che nel 2010 ha girato un film così spaventosamente bello da arrivare agli Oscar senza passare dal via. Alla fine non ha vinto niente, ma l’essere stato a due passi dalla statuetta ha fatto cassa di risonanza e così ce lo siamo ritrovati al cinema anche in Italia, con il non troppo felice titolo di La donna che canta (l’originale era Incendies, ma di questo genere di scempio nessuno si stupisce più dai tempi di La donna che visse due volte – immaginate il tizio della Paramount Italia che annuncia a Hitchcock “Alfred, caro, avremmo deciso di distribuirti Vertigo nel bel paese, e già che siam qui a doppiarlo c’è venuta la bella idea di sostituire il titolo con qualcosa che oltre a ricordare una copertina di Novella 2000 brucia anche l’unico colpo di scena del film. Che te ne pare, eh?”).

 

La donna che canta”, dicevamo. Una produzione splendida ma seriamente disturbante, brutale, quasi tutto quello che non vorremmo mai vedere, lì c’è. Guerra civile in Libano, torture, stupro, morte, un groviglio di emozioni caotiche che quasi per magia riescono a non essere mai eccessive, e nonostante costituiscano la quasi totalità della trama si disperdono nei corridoi immensi di casa Villeneuve, diventando quella specie di orribile sospetto che si annida dietro l’arredamento sobrio e le geometrie asciutte. Seguono un bellissimo thriller in stile yankee, un film di scarso successo ispirato a un libro di Saramago, e arriviamo a oggi.

 

Sicario è ambientato tra l’Arixona e Ciudad Juárez, anche nota agli amici come “la città più violenta del mondo”. Si parla di cartelli della droga, di servizi segreti americani che non ci vanno tanto per il sottile, di un mondo dove non esistono i buoni e in cui il fine, se veramente esiste, sdogana ogni genere di mezzo. Benicio del Toro e Josh Brolin sono quasi dei monumenti all’assenza di morale. Ma tutto questo è subdolamente murato all’interno di pareti immacolate, incassato sotto pavimenti a specchio. Tutti muoiono ma nessuno grida, mentre sulle colline oltre le baraccopoli campeggia un amichevole suggerimento: “la biblia es la verdad, leela”. E’ splendido il tuo salotto, Denis, ma c’è come uno strano odore. Non è che sta marcendo qualcosa, magari tra i cuscini del divano?

 

Quando esco dal cinema un tizio ha legato la sua bici sopra la mia. Fantastico. In teoria potrei tranquillamente scioglierla e spostarla, se la sua catena non stringesse talmente tanto contro il palo da creare un incastro di sellini e pedali che impedisce ogni genere di movimento. Gli buco le ruote, penso. Un lavoro pulito, taglio netto, una cosa ben fatta, penso. Così il furbetto si ricorderà di me, penso. Le visite a casa Villeneuve mi fanno sempre questo effetto.

 

Questa settimana Sicario è al Fulgor (17.50/20.10/22.30), Uci Cinemas Firenze (17.00/19.50/22.40) e The Space Cinemas Firenze (17.15/20.00/22.45/00.45).

Francesca Corpaci

 

 

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