Musica

Micah P. Hinson, l’uomo che ha vissuto già troppe volte.

By Gabriele Giustini

May 02, 2015

Sono passati dieci anni (più uno) dall’uscita di The Gospel of Progress, esordio del cantautore texano Micah P. Hinson. Tempo di festeggiare con lui e con la moglie che lo accompagnerà sul palco il prossimo 23 maggio al Teatro Puccini. Micah risuonerà tutto il disco e altri gioielli della sua discografia.

Abilene, profondo Texas. Ti guardi intorno e vedi acconciature unte, la pelle fatica a non mostrare il sudore e le canottiere sono ormai incollate a quella stessa pelle, troppo presto stanca per essere quella di un ventenne. Il tempo non scorre. Non scorre mai. Un padre professore di psicologia e una famiglia cristiana, troppo rigida sembrerebbe. Un ventenne con l’anima già invecchiata e il cuore in difficoltà.

Non è la sinossi di un libro, che fra l’altro non crediamo possa incuriosire nessuno. È una semplice introduzione al poco più che trentenne Micah P. Hinson, nato a Memphis e subito dopo trasferitosi e cresciuto ad Abilene, appunto.

Hinson lo abbiamo già incontrato dalle nostre parti. Era il 2007 quando si esibì in compagnia di un batterista sul palco del Sintetika di Firenze, quello che oggi conosciamo come Tender. Ricordo un locale imballato, tanto chiacchiericcio, molte distrazioni. Micah presentava And the Opera Circuit, album uscito l’anno precedente per una piccola etichetta che si chiama Sketchbook (la stessa di Daniel Johnston) e che ci piace pensare lo abbia in qualche modo salvato, si fa per dire.

Parlavamo di un ventenne già consumato perché Micah ha pagato e sta pagando a caro prezzo le sue debolezze. Oltre a un ambiente familiare complicato sommiamo l’irrequietezza adolescenziale e lo sfondo cittadino. La salvezza, se di salvezza si può parlare, arriva ancora una volta dalla musica. Un po’ perché in casa si è ritrovato dei bei dischi, un po’ per passare il tempo, un po’, immaginiamo, per darsi un tono con le bimbe, il piccolo Micah inizia a suonare all’età di dodici anni. In un intervallo di tempo collocato tra metà anni Novanta – Hinson è nato il 30 marzo del 1981 – e il 2004, anno in cui esce Micah P. Hinson And the Gospel of Progress, comincia il primo viaggio all’inferno. In quegli anni incontra una donna con le sue stesse passioni extra musicali ma, spentasi quella fiamma, rimangono solo le passioni. A droghe e alcol, si aggiunge come conseguenza anche una bella depressione. Che se non altro ha il merito di spingere Micah a scrivere una manciata di bozze di canzoni accompagnate da testi tristissimi. Il materiale finisce quindi nelle mani di tal John-Mark Lapham, anch’egli di Abilene, allora tastierista di un’eccellente band per metà americana e per metà inglese chiamata The Earlies. Più che di un gruppo si tratta di un collettivo aperto. Poco importa, quel che conta è che quel materiale appena abbozzato, rifiutato da Rough Trade, arriva negli uffici della sopra menzionata Sketchbook.

Sono poi proprio i The Earlies ad aiutare Micah nel plasmare quei brani e a prepararne lo sfondo. The Gospel of Progress esce nel 2004 e l’anno scorso è stato ristampato – per la prima volta anche in vinile – per festeggiare i suoi dieci anni rendendolo nuovamente disponibile dopo essere stato fuori catalogo per molto tempo. Il disco è uno dei più intensi lavori uscito negli anni duemila.

Il folk-noir che permea le canzoni dell’album è un incrocio magicamente perfetto, come quando azzecchi il gol della carriera, fra il tono baritonale di un Bill Callahan, quel senso di rivincita presente nella seconda parte (o terza, o quarta?) di carriera di Johnny Cash, le atmosfere cupe dei The Black Heart Procession e un’infinità di altre influenze, più o meno recenti, più o meno centrate all’epoca, in fase di recensioni. Sorprende però il senso della melodia del nostro e un approccio quasi pop che rende il lavoro riconoscibile e accessibile solo dopo pochi ascolti.

Meraviglia e delude allo stesso tempo che, da lì a poco, la stella di Micah non abbia cominciato a brillare come è capitato ad alcuni suoi colleghi qualche anno più tardi. Ma l’artista non è mai stato un campione di regolarità ed equilibrio e il suo esordio, seppur seguito da una manciata di dischi che vanno dal buono al molto buono – compreso l’ultimo Micah P. Hinson and the Nothing – non ha visto successori che potessero avvicinarsi a quell’intensità, a quella genuinità, a quel “ehi, questo è il cuore. Ve lo metto lì, fatene ciò che volete.”

Se però poi aggiungiamo un bruttissimo incidente in Spagna nel 2011 dove rimase gravemente ferito a braccia e gambe – ne porta ancora i segni – non si può dire che Micah abbia vinto il premio di uomo più fortunato dell’anno. E qui magari abbiamo la risposta alle perplessità di cui sopra. Perché tutto ciò è avvenuto in quella che forse era la sua ennesima rinascita, in un momento in cui forse (forse, forse e ancora forse), un equilibrio era stato trovato.

Ma è il momento di tetri palloncini e bicchieri di scotch. Festeggeremo anche noi, insieme a lui, perché l’intero The Gospel of Progress verrà presentato dal vivo il prossimo 23 maggio al Teatro di Puccini di Firenze.

Sarà commovente riabbracciarlo, riascoltarne la voce e arrivare col fiato corto e con il groppo in gola a The Day Texas Sank to the Bottom of Sea.