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Big Morrissey strikes again

 

di Dario Russel Bracaloni

Vado a vedere Morrissey, è arrivato in città. Il traffico è bloccato, devo fare in fretta o mi gioco l’inizio del concerto. Ancora non so cosa stia rischiando, ancora non ho idea di quale possa essere al scaletta e cosa quell’autobus incastrato in mezzo alla strada stia mettendo al repentaglio. Arrivo, finalmente, ma da buon ansiopatico sono in realtà sul posto con un consistente anticipo. Birra. Sento i primi suoni, mi affretto temendo che il concerto sia già iniziato, incontro qualche amico, una ragazza mi passa un volantino di un’associazione animalista contro il consumo di carne animale: un piccolo maialino rosa immortalato mentre, pasciuto, cammina su un prato. Non sto a dirle che per un toscano quell’immagine ha un effetto tutt’altro che disincentivante. Spero Morrissey non legga MAI queste righe.

Entro dentro, le luci sono ancora accese e su uno schermo grande quanto il palco dell’Obihall vengono proiettate le immagini di un concerto dei New York Dolls, spavaldi, rumorosi, chitarristici e androgini. Le proiezioni si spengono, così le luci. Entra la band, entra Morrissey, salutano il pubblico e si dispongono su due file, una in fronte all’altra e si salutano fra di loro inchinandosi, seguendo quello che pare essere un rituale da palco, a metà fra i moschettieri e una squadra di rugby, con l’eleganza da cavalieri dei primi ma esprimendo lo spirito di gruppo dei secondi. Parte il concerto: Morrissey la fà grossa e attacca con “The Queen Is Dead”. L’enorme schermo ci mostra la Regina Elisabetta, debitamente ritoccata, che manda a quel paese con entrambi le sue dita medie un pubblico già esaltato, che salta sulle note dell’inno degli Smiths. Dopo poco appariranno anche il principe William e la sua consorte Kate, in tutta la loro stucchevole posa nobiliare. La band è poderosa ed elegante, Morrissey ha la voce fonda, potente e suadente, non paga un soldo all’età che avanza. E’ sprezzante quando si rivolge al pubblico e gli chiede “are you alive?”, mentre si lanciano in “I’m Throwing My Arms in Paris”, il bellissimo brano tratto dal suo “Years of Refusal” del 2009. Che bellezza. Mi giro e mi arrivano espressioni di compiaciuta soddisfazione da chiunque incroci il mio sguardo. E’ bello il pubblico dei concerti di Morrissey, canta le sue canzoni, ne applaude gli attacchi ed i momenti topici, mentre Moz and band si lanciano in “World Peace Is None Of Your Business” e “Neal Cassidy Drops Dead” dal suo ultimo lavoro. Arriva la botta, parte “How Soon is Now” e penso che è quanto di più vicino agli Smiths potrò mai vedere, a meno di sorprese. Il light design è ben studiato, semplice quanto efficace, prevede delle colonne led e fasci colorati che si concentrano, di tanto in tanto, sull’enorme timpano alla sinistra del batterista, creando effetti di riflessione davvero spettacolari. Le luci cedono di nuovo il passo al video e mentre i musicisti si producono in una “Meat Is Murder” torrida, scorrono le immagini di macellazioni di massa, colture di pollame intensive e vari maltrattamenti che la grande distribuzione riserva agli animali di questo pianeta. La band esce di scena. Morrissey è sempre più sudato. Urla, applausi, fischi di incitamento, passano pochi minuti e tornano in scena. Parte “Asleep”, sempre dal catalogo degli Smiths e affidata al piano, alla chitarra e alla voce di Moz, per quello che è il momento più intimista e toccante del concerto. I tre musicisti sono illuminati da una semplice luce bianca nel buio totale della sala. La chiusura è affidata a “Everyday Is Like Sunday”, bellissima e coinvolgente, degno finale di uno spettacolo ben orchestrato, dove il mestiere si fa sentire ma non prevale sullo slancio e sull’emotività. Morrissey ed i suoi danno tutto e quando si accendono le luci vedo solo facce felici e sento solo pareri positivi. Canticchierò “Everyday Is Like Sunday” per le seguenti settandue ore. Big Morrissey Strikes Again.

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